“Le lacrime di Nietzsche” di Irvin D. Yalom

Lo ammetto.
Leggere questo libro pesa. Pesa sulla mente, sull’anima, sul corpo. È un libro che dovevo leggere, ma dovevo anche non farlo. Ha sollevato più domande di quante ne abbia risolte, e forse è giusto così. Vi lascio ai miei appunti, spero riusciate a trovarvi un bandolo.

Ottobre 1882, Vienna.
A Josef Breuer, stimato medico ebreo e futuro padre della psicanalisi, viene presentato un paziente illustre: Friedrich Nietzsche. Il filosofo, allora poco conosciuto, soffre di una «profonda prostrazione» che si manifesta nel corpo: emicranie, nausea, insonnia, febbri improvvise, parziale cecità, inappetenza. Una mente troppo lucida intrappolata in un corpo che non regge più il peso del pensiero, e Breuer cerca di guarirlo secondo una convinzione allora rivoluzionaria: «La guarigione del corpo passa attraverso quella dell’anima».

Ma cosa accade quando l’anima non vuole guarire? La disperazione di Nietzsche non è semplice tristezza: è il riflesso di una mente che vede troppo, che capisce troppo. Il dolore non è il contrario della conoscenza, ma la sua conseguenza. Chi pensa troppo finisce per scorticare la realtà, come se ogni pensiero togliesse un velo di protezione al mondo. «La disperazione è il prezzo che si paga per l’autocoscienza».

In questa frase si concentra il dramma di tutti coloro che, come Nietzsche, si spingono troppo vicino al nucleo della verità. L’iperlucidità diventa una malattia dello sguardo: non si riesce più a smettere di vedere.

C’è, in tutto questo, una domanda che mi accompagna da giorni: perché chi pensa troppo soffre? Forse perché la mente, abituata a decifrare ogni cosa, dimentica la tenerezza dell’illusione. Vedere il mondo senza veli può significare perderne la magia. E allora il corpo — che della mente è il traduttore muto — comincia a ribellarsi: con la stanchezza, con il dolore, con la fame o la sua assenza. È come se la carne, incapace di mentire, cercasse di ristabilire un equilibrio che il pensiero ha distrutto.

Nietzsche stesso, nel dialogo immaginato da Yalom, ammette: «Non sono in grado di curare la disperazione, dottor Breuer. Io la studio». È una confessione che potrebbe appartenere a chiunque abbia provato l’angoscia del comprendere. Studiare la disperazione, analizzarla, darle un nome — ma non poterla guarire. Forse la cura più autentica non è eliminarla, ma accoglierla come compagna di viaggio.

Il dialogo, nel romanzo, diventa la vera medicina. Non più bisturi o pozioni, ma parole. Breuer cura Nietzsche parlando, e forse, nel farlo, cerca di curare se stesso. È la parola che salva — e allo stesso tempo logora. Una «cura delle parole» che ribalta il motto latino: «Mens sana in corpore sano». Non è più la mente a dipendere dal corpo, ma il corpo che deve tentare di salvarsi dalla mente.

Breuer, nel romanzo di Yalom, si ritrova intrappolato nello stesso meccanismo. Medico, marito, uomo di scienza, è turbato dalla giovane paziente Bertha. La cura che le offre — parlare, ascoltare, darle voce — si trasforma in un legame ambiguo, perché anche lui cerca sollievo attraverso quella relazione. Crede di salvare l’altra, ma in realtà tenta di curare se stesso. È questa la sottile ambiguità che Nietzsche smaschera: ogni gesto di aiuto è anche un modo per lenire la propria solitudine. Ogni forma di amore è, in fondo, un riflesso dell’amore per la vita che vogliamo trattenere.



Nietzsche sosteneva che nessun atto umano è davvero altruista: «Tutti gli atti vengono compiuti in favore di se stessi. Ogni servizio è prestato per servire se stessi. Ogni amore è rivolto alla propria persona». E ancora: «Scavate più a fondo, e scoprirete che non amate loro: ciò che amate è la piacevole sensazione che tale amore produce in voi. Voi amate il desiderio, non il desiderato».

È un pensiero scomodo, ma in fondo familiare. Lo stesso tema affiora, seppure in modo gretto e volgare, in «Bianca come il latte, rossa come il sangue»: l’amore come proiezione del desiderio, non come incontro con l’altro. In Nietzsche — e in molti di noi — l’amore non è un dono, ma una necessità. È fame, bisogno, tentativo di colmare un vuoto che non si lascia saziare.

Quando leggiamo le sue parole, non possiamo evitare un sussulto: se ogni atto nasce per soddisfare noi stessi, cosa resta dell’empatia, della compassione, della generosità? Alla fine resta una consapevolezza amara, ma lucida: la guarigione totale non esiste. Il dolore è parte del conoscere, e forse anche del vivere. Accettarlo significa smettere di opporsi a ciò che siamo. Perché la vera cura non è cancellare il disequilibrio, ma imparare a danzare con esso.

E allora la domanda che chiude — e riapre — tutto è solo una: quanto pensare ci serve per vivere, e quanto per smettere di farlo?

Perché se la disperazione è il prezzo della consapevolezza, allora guarire significherebbe rinunciare a conoscere. Forse la vera cura non è liberarsi dal male, ma imparare a dialogare con esso. Accettare che la fragilità non sia una malattia, ma una forma di consapevolezza. E che la salute, intesa come equilibrio perfetto, sia solo un’illusione momentanea. Perché il dolore, come il pensiero, non passa: evolve. E in quell’evoluzione impariamo a conoscerci, mai del tutto, mai per sempre. Alla fine, Breuer e Nietzsche si separano senza una guarigione.

Dopo il dolore della conoscenza, c’è un altro tipo di dolore: quello dell’amore. È una domanda che attraversa i secoli e si ripete, mutando voce. Nei romanzi contemporanei, come «Bianca come il latte, rossa come il sangue», ritorna la stessa eco: si ama non tanto l’altro, quanto il proprio modo di sentirsi vivi attraverso l’altro. Amare diventa un atto di autoconservazione emotiva.

Viviamo immersi in una società che ci invita costantemente a «dare»: tempo, attenzione, cura, contenuti, emozioni. Ma sotto la superficie di questo altruismo collettivo, rimane una fame antica: essere visti, riconosciuti, amati. Il rischio è che l’amore diventi un commercio di sensazioni, una conferma del nostro valore invece che un incontro reale.

Eppure, in questa constatazione cinica, si nasconde una forma di verità tenera: anche il bisogno di amare per se stessi è umano. Forse l’amore non è un sentimento puro, ma un equilibrio fragile tra egoismo e desiderio di contatto.

Breuer e Nietzsche, nei loro dialoghi, non cercano la felicità: cercano una tregua. E in quella ricerca si riflette qualcosa di universale: la scoperta che l’amore non salva, ma rivela. Non consola, ma espone. Eppure, anche così imperfetto, resta l’unico linguaggio in grado di connettere due solitudini consapevoli.

Alla fine resta la domanda più difficile: se ogni gesto nasce per noi stessi, come può esistere l’amore? Forse nell’unico modo possibile: riconoscendo che amare è un atto di egoismo condiviso. E allora l’amore smette di essere illusione e diventa verità: non il superamento del sé, ma il suo incontro con un altro sé che risponde.

Se anche voi avete letto “Le lacrime di Nietzsche”, o se vi siete mai sentiti feriti dal pensiero e salvati da una parola, raccontatemelo nei commenti. Qual è, per voi, il limite tra capire e vivere? Quanto pensiero sopporta l’amore?

Laura

3 pensieri riguardo ““Le lacrime di Nietzsche” di Irvin D. Yalom

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  1. In quinta superiore ero ossessionata da Nietzsche e parte della sua filosofia l’avevo letta mesi prima di arrivarci con il programma, ho anche visto un film sulla sua vita. Qualche anno fa è uscito un film raccontato dal punto di vista di Lou Salomè ma ancora non l’ho visto. Questo libro lo divorai ai tempi anche se avrei dovuto studiare. In realtà Breuer e Nietzsche non si sono mai incontrati, ma va bene così, il libro resta stupendo nonostante tutto. Nietzsche è stato senza dubbio un personaggio controverso, anche se forse aprire questa parentesi può sollevare molti problemi, ma di certo il fatto che la sorella si sia appropriata delle sue teorie sulla Volontà di Potenza e sul Superuomo per darle a Hitler perché purtroppo il filosofo era già impazzito di certo non ha aiutato. Di certo c’era un sottotesto maschilista, ma è anche vero che madre, sorella e donna amata non lo hanno certo aiutato a crearsi una bella immagine del genere femminile. Di aspetti problematici ne ha, ma io adoro il suo Eterno Ritorno e l’ho usato come concetto base del potere di un mio personaggio nel primo fantasy che ho scritto perché usare il concetto comune di viaggio nel tempo mi sembrava banale e non aveva niente a che vedere con la storia. Ho letto anche “La cura Schopenhaur” e ora ho in lettura “Sul lettino di Freud”, non sono libri semplici, hai ragione, ma sono molto profondi e si capisce che Yalom è uno psichiatra. Sarebbe interessante anche leggere i suoi saggi.

    1. Sono letture che sicuramente vanno contestualizzate e lette, secondo me, per capire anche un po’ sé stessi.. Io ho scorto in alcune delle “paturnie” di Nietzsche molte delle mie e delle persone che mi stanno attorno. Vedere dall’esterno come Nietzsche e Breuer si lascino “guastare” da cose vere solo nella loro testa mi ha scossa profondamente e spinta a vedere con occhio più lucido anche ciò che rende mi le giornate impossibili ma solo perché io gli do questo potere

      1. Si, forse devo riscrivere meglio una parte del commento: la Volontà di Potenza e il Superuomo sono stati reinterpretati in chiave antisemita e misogina quando Nietzsche non aveva alcun intento supreprematista. Erano teorie rimaste parzialmente incomplete, soprattutto la Volontà di Potenza, perché lui è impazzito prima di poterle ultimare, ma il significato era in realtà “positivo” perché il nichilismo dovrebbe spingerti a migliorare certi aspetti della tua vita mettendo in discussione i tuoi valori e le tue convinzioni radicate. Nietzsche era putroppo sicuramente maschilista, come tutti i filosofi suoi contemporanei, Schopenhaur ha scritto un intero saggio solo per ribadire che le donne dovevano obbedire all’uomo e procreare più o meno senza fiatare mostrando comunque sostegno al marito. Uno dei primi saggi femministi si chiama “Sputiamo su Hegel” e non penso sia un caso. Purtroppo la mentalità era quella e spesso non sembra nemmeno superata del tutto ai giorni nostri…
        Leggere “La gaia scienza ” è stato interessante anche se sono più che altro aforismi e mi piace molto anche l’espressione “Umano, troppo umano”, che è anche il titolo di un suo scritto. È il mio filosofo preferito insieme a Kant, altro filosofo che quasi nessuno apprezza perché lo ritengono troppo complesso da comprendere, ma per me non è stato affatto così. Kant poi mi fa sorridere perché rientra tra quelli con diagnosi di autismo “tardiva” perché usciva sempre alla stessa ora xD.
        Ti farò sapere cosa ne penso di “Sul lettino di Freud “, non so se lo recensirò direttamente qui perché comunque voglio davvero che ci sia maggior coerenza nei miei contenuti e questo romanzo non parla di autismo né è di un autore esordiente/ self. Mi manca “Il caso Spinoza”, filosofo che, tra l’altro, abbiamo saltato nel programma di filosofia non so perché, ma proverò lo stesso a leggere anche questo.

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