“Il caso Agatha Christie” di Nina De Gramont

Ciao a tutti, sono Laura e oggi voglio parlarvi di una lettura che ho subito etichettato come banale. L’ho trovato a un prezzo irrisorio, di quelli che ti fanno pensare “perché no?”, ma avessi dovuto fare un investimento più impegnativo, probabilmente l’avrei lasciato dov’era perché sapevo già che non si trattava di una storia profonda né rivoluzionaria. Certe volte si sente il bisogno di entrare in un libro senza aspettative, quasi per il piacere di osservare qualcuno che gioca con materiali già noti. Ed è così che mi sono ritrovata tra le mani “Il caso Agatha Christie” di Nina de Gramont.

La lettura mi ha impegnato negli ultimi giorni di novembre, in una sorta di piccolo anniversario: il romanzo rievoca infatti la scomparsa di Agatha Christie avvenuta nel dicembre 1926, 99 anni fa.
Il romanzo nasce – come l’autrice stessa spiega nei ringraziamenti – da un suggerimento del suo agente, che le aveva proposto un articolo sulla vicenda della scomparsa. La scrittrice racconta di aver impiegato cinque anni di studio, consultando testi di geografia, storia sociale e folklore, per la realizzazione dell’opera.
Partendo da quell’enigma storico, la ricostruzione avviene da un’angolazione inattesa, scegliendo come narratrice la figura più scomoda possibile: Nan O’Dea, l’amante del marito della celeberirrima AC (gioco di nomignoli con il marito perché condividevano le iniziali).
La narratrice è l’antagonista naturale di Agatha e, allo stesso tempo, la prima a riconoscerne l’intelligenza e il valore umano.



Il tempo narrativo è non lineare, ma sempre ancorato a date precise: la scelta dà l’impressione di un’indagine emotiva, più che di un’indagine poliziesca. I capitoli si alternano tra il presente della fuga di Agatha e il passato di Nan, con particolare attenzione al suo bagaglio irlandese. Il “claddagh”, anello irlandese composto da due mani che sorreggono un cuore sormontato da una corona. Indica amore, amicizia e lealtà; nel romanzo funziona come metafora dei legami spezzati e ricomposti.
Ritornano anche stereotipi legati al contesto irlandese: l’ideale della donna ribelle, indipendente, spesso colpita dalla storia ma mai domata. Questo mi ricorda alcune atmosfere di Susan Stokes-Chapman.

Nell’alternarsi dei piani temporali, il romanzo costruisce un mosaico di traumi dove il dolore è costante e la vendetta è una necessità.

Le descrizioni della vita in convento per le ragazze laiche richiamano quella durezza composta che ritorna spesso nella narrativa quando si parla di istituzioni religiose. Punizioni, lavori massacranti, pianti notturni soffocati nel buio. In mezzo a tutto, qualche suora gentile che porta luce come un piccolo lume acceso in una stanza chiusa. È un contrasto che regge bene la tensione emotiva, senza scadere nel melodramma.

Il romanzo insiste sul tema della maternità come esperienza sacra e dolorosa. L’affermazione «Una madre è sempre una madre, la più sacra delle creature» non è un semplice sentimentalismo: nel tessuto narrativo diventa una forza motrice, talvolta devastante.

E poi ci sono i cammei inattesi, come Arthur Conan Doyle, che appare in sottofondo.

Alla fine, ciò che rimane è una storia di un dolore che genera vendetta, ma anche alleanze profonde, più solide dei buoni sentimenti di facciata.
Non è un romanzo che scava profondissimo, ma sa come intrattenere.
Non pretende di dire qualcosa di definitivo su Agatha Christie, né di risolvere il mistero reale della sua scomparsa, ma lo usa come pretesto per esplorare ciò che lega e separa le persone: l’amore, la perdita, la necessità di proteggere un segreto.
Preferisce raccontare cosa succede quando due vite femminili, opposte e speculari, si toccano nel momento esatto in cui entrambe stanno cedendo.

Chiudo con una domanda ai lettori del blog: che cosa ne pensate di questa tendenza sempre più diffusa a usare personaggi di storie già scritte per costruire nuovi romanzi? Io ne ho altri in TBR, ancora da affrontare, come “L’allieva e l’apicultore” che rispolvera Sherlock Holmes, ma esperimenti simili affollano le librerie. Vi convince questo modo di fare narrativa o vi lascia perplessi?

Laura

2 pensieri riguardo ““Il caso Agatha Christie” di Nina De Gramont

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  1. Nonostante l’idea di base mi piaccia, non sono tanto sicuro di quest’idea di usare personaggi famosi da altre persone oltre i loro veri creatori. Mi sembrano una sorta di fan fiction ufficiali, mi ha sempre fatto molto strano.

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