“Rebecca, la prima moglie” di Daphne du Maurier

Ciao a tutti, sono Laura. Oggi vi voglio parlare di un libro famoso e dal quale sono state tratte innumerevoli altre opere dal teatro alla tv, passando per film cult di registi illustri. Ma lo avete già letto dal titolo, si tratta di “Rebecca, la prima moglie” di Daphne du Maurier.
Proprio per questo, mi sento libera di fare SPOILER.
Io ho conosciuto la storia attraverso il cinema, attraverso immagini frammentarie viste “a scampoli” nel corso degli anni e ho sempre avuto la sensazione di trovarmi davanti a una storia architettonicamente perfetta, una di quelle costruzioni narrative che non scricchiolano mai.

Quando finalmente ho trovato una copia cartacea, in un’edizione del 1967, con quell’italiano più formale, denso e ormai fuori dal parlato quotidiano, ho avuto una conferma netta: non è solo un romanzo gotico, è un libro che mette il lettore in una posizione eticamente instabile e che non offre consolazioni facili.



E oggi, nel tempo delle parole giudicate, delle storie filtrate, delle assoluzioni impossibili, mi sono trovata a chiedermi: se questo libro uscisse ora, verrebbe “cancellato”?

Cominciamo dalla scelta del nome che secondo me non è casuale perché Rebecca viene dall’ebraico “Rivqàh” che significa nodo, legame, laccio. È un dettaglio che da solo basterebbe a spiegare l’intero romanzo. Rebecca cattura, tutto e tutti, anche dopo la morte: Maxim, la signora Danvers, la tenuta di Manderley e la seconda moglie.

Rebecca è morta, ma non è mai davvero assente, è un fantasma che non ha bisogno di apparizioni soprannaturali per terrorizzare.

La protagonista e narratrice del romanzo non ha mai un nome. In nessuna pagina. È un’assenza che pesa quasi quanto la presenza ossessiva di Rebecca perché lei, che racconta tutta la vicenda, resta invisibile.

Se ci pensiamo è scelta forte da un punto di vista simbolico perché da una parte abbiamo una donna morta che riempie ogni spazio e dall’altro una donna viva che a cui nessuno dà un nome.
Non siamo davanti all’Innominato manzoniano, a un agente sotto copertura o a un eroe mascherato; mi sembra più la situazione di un neonato abbandonato senza un nome, negando di fatto l’identità.

Ma, essendo lei la narratrice, viene naturale chiedersi se sia lei ad annullarsi da sola o se sia un riflesso dell’atteggiamento degli altri nei suoi confronti. La verità è che avvengono entrambe le cose perché lei interiorizza lo sguardo che la riduce a “sostituta” in modo facile perché è quello che sente di essere:
> “Mi trovo in una tale posizione di inferiorità…” <

Si adatta a tutto ciò che era di Rebecca. Ai gesti, alle abitudini, perfino ai comandi dei domestici, che formalmente parlano a lei, ma obbediscono ancora alla defunta.

Quando Maxim racconta finalmente la verità, il lettore ha ormai capito che Rebecca non è la donna perfetta evocata da tutti, bensì una manipolatrice crudele, sessualmente libera, incapace di amare e ossessionata dalla propria giovinezza e bellezza.
E, pur essendo eticamente sbagliato, il lettore viene spinto verso una forma di assoluzione dell’omicida.
Io non riesco a digerire questa dicotomia che rende il romanzo una lettura disturbante forse più oggi che allora.

Maxim non viene condannato dal tribunale che non viene nemmeno lontanamente sospettato. Non viene condannato dalla seconda moglie e non viene condannato nemmeno dal lettore, nella maggior parte dei casi (se non assolto).

Eppure il crimine resta, esiste, non viene cancellato ma inglobato in una costruzione narrativa che lo rende “inevitabile” e“quasi giusto”.

Un altro punto che mi rimane grigio riguarda la signora Danvers che non è una domestica, è una vestale, custode del tempio di Rebecca. Tutto ciò che fa non è solo odio verso la nuova moglie, ma è il rifiuto assoluto del presente.

Questa non è una storia d’amore, non è un giallo, non è un romanzo gotico. È tutto insieme, anche una rappresentazione di tanti aspetti psicologici legati a lutti, dipendenze affettive e relazioni manipolatorie. Qui passato che divora il presente e la colpa che non trova mai una vera condanna.

La mancanza di un giudizio netto mette a disagio. Spesso vogliamo leggere risposte, mentre Daphne du Maurier sussurra molte domande insidiose.
Forse è proprio per questo che l’ho amato, perché dalla prima all’ultima pagina non ne ho trovata una che mi lasciasse impassibile.

Laura

PS parte del piacere di questa lettura è sicuramente dovuto alla cura della lingua italiana. Leggere una traduzione degli anni Sessanta significa trovarsi con periodi più lunghi, parole ricercate come obliare, ubbie e abbaruffarsi oltre che una costruzione sintattica formale.
È normale che una lingua evolva e tenda a semplificarsi, più accessibile, ma purtroppo perde sottigliezza, sfumature e ambiguità. È un peccato perché la narrativa vive anche di ciò che non viene detto in modo diretto.

4 pensieri riguardo ““Rebecca, la prima moglie” di Daphne du Maurier

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  1. Daphne du Maurier è un’autrice incredibile, di grande eleganza e spessore. Per me questo romanzo resterà una delle più belle letture che abbia mai fatto nella vita (e ne ho fatte tante!!)

    1. Mi ha stregata, la du Maurier mi è piaciuta tantissimo. Ho recuperato anche il racconto da cui è tratto “gli uccelli” di Hitchcock, anche lui ne è rimasto colpito

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