“Cadavere squisito” di Agustina Bazterrica

Ciao a tutti, sono Laura.
Mi accade raramente di sentire un libro avvicinarsi prima ancora di aprirlo, come un rumore che proviene da dietro una porta. “Cadavere squisito” fa esattamente questo: prima ti guarda, poi ti afferra. È un romanzo che parla di carne e di parole, di politica e di abissi morali, ma è soprattutto un libro che mette il lettore in uno stato di allerta, come se ogni pagina arrivasse da un futuro che sfioriamo senza accorgercene.

Agustina Bazterrica racconta una società vicinissima alla nostra, modificata quel tanto che basta per mettere a nudo ciò che preferiamo ignorare. Un virus ha reso immangiabile la carne animale; la risposta non è il cambiamento, ma la sostituzione. Nel romanzo ribattezzata “transizione” quasi a darle un’aura di evoluzione.
L’uomo diventa allevamento, macello, prodotto. Niente è lasciato all’immaginazione, eppure nulla è gratuito: la precisione chirurgica con cui vengono descritte procedure, accordi commerciali, protocolli sanitari, è la stessa che ritroviamo oggi negli allevamenti intensivi. Qui però la carne è umana. E il linguaggio diventa la prima arma di disinnesco emotivo. La parola proibita è reato, perché pensare significa ricordare che il mondo potrebbe essere diverso. È un meccanismo semplice e spietato: cambiare i termini per cambiare la realtà. Deumanizzare l’altro per rendere possibile l’impensabile.
Il narratore in terza persona, incollato alla pelle del protagonista, racconta un presente che non dà tregua. Nessun passato che consoli, nessun futuro che prometta. Solo l’adesso, un eterno nastro trasportatore che scorre sotto i piedi. La scelta narrativa amplifica la sensazione di claustrofobia: ci si muove dentro un mondo dove tutto è già deciso, dove persino la ribellione è stata metabolizzata dal sistema, digerita e resa innocua come un gesto privato.
La copertina, con quella figura ripetuta che a colpo d’occhio sembra una scimmia e poi si rivela una donna nuda in posa innaturale, è la sintesi perfetta della visione del romanzo: ciò che appare animale è umano, ciò che sembra umano è già oggetto. È un’immagine che disturba perché costringe lo sguardo a un doppio movimento: riconosci, poi rifiuti, poi riconosci di nuovo.



Leggendo, ho pensato spesso a Murata Sayaka, ai suoi mondi dove la produzione sostituisce la vita, dove la funzione prende il posto dell’identità. Bazterrica compie un’operazione simile, ma la sua lente è più politica, più corporeamente viscosa. Le donne, in questo universo, sono il centro delle violenze e delle appropriazioni, esattamente come nel nostro. L’autrice lo rivendica apertamente: il romanzo è una denuncia del capitalismo che ci abitua a mangiarci a vicenda e del patriarcato che continua a considerare il corpo femminile un terreno da sfruttare. La distopia non nasconde, mostra. Non inventa, esaspera.

E poi c’è quella frase che è come uno spillo sotto pelle: “insegnare a uccidere è peggio che uccidere”. È una condanna che si allarga ben oltre il romanzo.
Insegnare qualcosa a chi verrà dopo significa condizionare il modo in cui immaginerà il mondo, stabilire ciò che è accettabile, ciò che è necessario, ciò che è “normale”.
Gli insegnanti diventano i registi (consapevoli o meno) della società del futuro, perché educano e “abituano” i bambini. È un pensiero che mi rassicura e mi inqueta, perché il primo valore a cui educare è amare, tollerare, essere buoni.

Il romanzo è politico, etico, simbolico, ma è anche profondamente umano. Dietro la brutalità c’è sempre la domanda fondamentale: cosa ci mantiene tali? La mia risposta, senza retorica: l’empatia, la cura, la capacità di vedere negli altri qualcosa che non può essere convertito in valore di scambio. È un filo sottilissimo, basta poco per spezzarlo.

Chi arriva alla fine di “Cadavere squisito” non può fingere di esserne uscito indenne. Non è un libro che cerca l’effetto shock, ma un libro che lavora per sottrazione: ti toglie le maschere, ti toglie le scuse, ti toglie la distanza di sicurezza.
Resta una domanda che continua a pulsare per giorni: quanto ci vuole perché una società decida che l’orrore è necessario? E quando accade, quanto è facile convincersi che sia giusto?

Chiudo l’ebook con la sensazione di aver guardato in uno specchio deformante che, per un attimo, riflette anche troppo bene. È un romanzo che non vuole compiacere e non vuole rassicurare. Fa ciò che la buona distopia deve fare: mostra il nostro mondo come se fosse un altro e l’altro come se fosse già arrivato.

Bisogna restare un momento nell’eco di queste pagine per capire cosa ci ha strappato e cosa ci ha dato.

Laura

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