“Gli anni dell’abbondanza” di Maria Costanza Boldrini

Ciao a tutti, sono Laura e oggi vi porto la recensione di un romanzo italiano. Sarò prevenuta, ma gli autori italiani mi sembrano un po’ monotoni: guerre mondiali e mafia che, per quanto siano temi importanti e che veicolano messaggi da ricordare sempre, non possono monopolizzare la narrativa nazionale.
Qui, Maria Costanza Boldrini, porta anche lei il periodo della guerra unito alla saga familiare (un altro evergreen italiano), ma la sua scrittura mi è piaciuta: ricca e scorrevole allo stesso tempo. E io, quando la forma è ben curata, apprezzo molto di più il contenuto.

Ho scelto di leggere “Gli anni dell’abbondanza” perché mi attirava il tema del lavoro femminile nelle fabbriche, che già avevo incontrato in altre letture come “La fabbrica dei destini invisibili“.
Anche qui, le protagoniste si muovono tra fatica, emancipazione e solidarietà, il legame con la produzione materiale diventa un tratto identitario. Accanto alla fabbrica del tabacco, che segna la vita di Beata e di molte donne marchigiane, un altro filo si intreccia alla narrazione: quello della tessitura e del cucito, grazie al talento straordinario di Clarice. Tessere e cucire, infatti, non sono solo mestieri, ma diventano simboli di un ordine femminile che tiene insieme le generazioni, ricompone le fratture e offre nuove possibilità di rinascita.



Lo stile del romanzo è ricco, stratificato, e riflette la formazione dell’autrice che è laureata in Lingue, vive in Francia e collabora come traduttrice, ma soprattutto fa parte del progetto “Una parola al giorno”, un sito dedicato alla linguistica e all’etimologia che consiglio caldamente di scoprire. Questo bagaglio traspare nella scrittura: le parole non sono mai scelte a caso, perché ne conosce le radici, i rimandi e i ritmi.

Nella Nota finale, l’autrice racconta che il romanzo prende avvio da un ricordo d’infanzia: la bisnonna le narrava la storia del trisnonno rimasto orfano e senza una scarpa. A questo ricordo si aggiunse la scoperta, a soli dodici anni, di “Cent’anni di solitudine” di Gabriel García Márquez, che le trasmise il gusto per le grandi saghe familiari e per le narrazioni che abbracciano più generazioni (dettaglio curioso: la Boldrini si approccia a questo romanzo su insistenza della madre che voleva “staccarla” dalla fissazione per Harry Potter). Non a caso, alcuni agenti editoriali giudicarono la sua prima versione “troppo anni ’70”: una critica che, letta oggi, sembra quasi un complimento, perché proprio quello è il “fattore x”  della forza del libro.

Il lavoro di ricerca alle spalle del romanzo è valido: archivi di Stato, registri militari e civili, cartelle cliniche di ex manicomi, interviste agli anziani del paese, visite a luoghi simbolo come Caporetto o Vittorio Veneto. Ma accanto al rigore documentario, la Boldrini confessa di aver “inventato una marea di cose”, lasciando che la finzione completasse la memoria, con il piacere di indulgere nei dettagli e nei particolari.
Poi abbiamo il richiamo a Manzoni, interessato alle “storie dei piccoli”, senza tuttavia volerlo imitare.

Ciò che rimane, al termine della lettura, è il senso di una saga che attraversa il Novecento intrecciando grandi eventi e vite quotidiane: le guerre, il fascismo, la liberazione, l’emancipazione femminile resa possibile anche dalla Manifattura Tabacchi di Chiaravalle. Un secolo visto attraverso gli occhi di Beata, Clarice, Antonia, Vittoria e Maddalena, donne che portano in sé un dono di “abbondanza” – talvolta benedizione, talvolta peso – e che custodiscono, nella loro resilienza, la memoria di chi le ha precedute. È la storia di una famiglia, certo, ma anche la storia di un’Italia che cresce e resiste, nel segno di chi non ha mai smesso di tenere unita la trama fragile della vita.

Laura

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