Ciao a tutti, sono Laura e mi trovo sempre più immersa nella narrativa storica. Oggi vi parlo del romanzo d’esordio di Mitchell J. Kaplan.
Pubblicato nel 2010 con il titolo originale “By Fire by Water” è stato tradotto in italiano come “Per mare e per terra”. La scelta del titolo italiano mi ha subito colpita: mentre l’originale sottolinea un contrasto più drammatico e quasi apocalittico tra fuoco e acqua, la traduzione italiana trasmette un senso di viaggio e scoperta, un movimento costante tra elementi naturali che rispecchia bene la molteplicità dei luoghi e delle esperienze raccontate nel romanzo.
Mitchell Kaplan trae l’ispirazione da quattro eventi storici fondamentali che segnarono la fine del Medioevo e l’inizio dell’età moderna: l’Inquisizione, la Reconquista di Granada, l’espulsione degli ebrei dalla Spagna e la scoperta dell’America. I fatti principali sono storicamente accurati, seppur semplificati o adattati per esigenze narrative: alcune figure storiche vengono accorpare in un unico personaggio e le tempistiche modificate leggermente per rendere più scorrevole il racconto.

Rispetto a una lettura precedente caratterizzata dal medesimo contesto storico come “Il libro di Zaffiro” , questo romanzo è accessibile a un pubblico più ampio e non richiede conoscenze particolarmente specialistiche. Parallelismi con “Il libro di Zaffiro” emergono anche nella difficile convivenza tra culti diversi, ma anche in aspetti più romanzeschi come la figura di Santangel, amico d’infanzia di re Ferdinando, che mi ha ricordato tanto Manuela Vivero, amica intima della regina Isabella nell’altro libro.
I capitoli seguono principalmente due protagonisti. Santangel, cancelliere di origini ebree da generazioni convertite, cerca l’aiuto del Papa per proteggere la propria comunità dalle follie dell’Inquisizione. Riceve delle carte da Colombo e, per comprenderle, si immerge nello studio del giudaismo e della storia.
Judith, donna ebrea che vive con il suocero cieco e il nipote di circa dieci anni dopo che il fratello e la cognata sono stati assassinati e derubati, cerca di mandare avanti la bottega di argentieri e di proteggere il bambino.
Talvolta, alcuni capitoli sono raccontati dal punto di vista di altri personaggi, come l’inquisitore o la regina Isabella; uno in particolare mi è piaciuto perché mostra le incertezze della sovrana di fronte alla riconquista e all’Inquisizione, evidenziando come la religione possa essere piegata agli scopi personali (Torquemada e Talavera, i suoi due confessori, hanno opinioni opposte sull’eresia e l’inquisizione e usano i testi sacri con differenti chiavi di lettura per perorare la loro causa).
La figura di Cristoforo Colombo, non è solo accennata, ma emerge in modo significativo: Kaplan lo presenta come uomo profondamente consapevole del destino e della propria missione. A supporto del suo progetto di raggiungere le Indie, Colombo si avvale di testi come la descrizione del mondo di Marco Polo, gli studi di Tolomeo, la “Rerum Historia” di Papa Pio II e “Imago Mundi” del cardinale Pierre d’Ailly.
La sua vita è descritta come una lunga lotta con il fato: «Ci sono uomini che percorrono gioiosamente la propria esistenza, accettando quel che offre il destino […]. Altri considerano il fato con sospetto alla stregua di un avversario: attribuiscono un basso valore a ciò che esso concede liberamente, mentre bramano ciò che nega. […] Colombo considerava la sua intera vita come una lunga lotta con il destino.»
L’autore inventa l’intreccio secondario delle Acqua e Serpentis: una pozione ideata per menomare i rampolli reali ad opera dello stesso re Ferdinando, che rende il racconto ancora più intrigante.
Tra i temi principali spiccano il conflitto tra destino e libero arbitrio, l’apprendimento attraverso gli errori e i pericoli che ne derivano. «Doveva avere la possibilità di commettere errori. Sbagliando, avrebbe imparato molte cose importanti sul mondo. Cose che nessuna istruzione gli avrebbe dato.» Questo principio è tragicamente incarnato dal figlio di Santangel, che finirà nelle spire dell’Inquisizione.
Il romanzo tratta anche la convivenza problematica tra cristiani, ebrei e musulmani e la follia dell’Inquisizione, mossa spesso dalla brama di ricchezza, che colpisce chiunque, persino bambini innocenti.
Il contesto storico è descritto con ricchezza di dettagli: dalla peste a Siviglia intorno al 1480, alla città di Saragozza, fondata dai Romani e poi trasformata dai Visigoti, dai Mori e infine dai cristiani. Ho apprezzato la cura per le architetture e i toponimi, così come i riferimenti al Mediterraneo, chiamato «mare di mezzo», le residenze e le città.
Kaplan riesce anche a inserire riflessioni etiche e morali nelle vicende dei personaggi: «Un errore si corregge con amore e non con la tortura», «Il rancore può trasformare in spia anche l’amico più fidato», e «Anche nei momenti più angosciosi c’è sempre un barlume di speranza, basta permettere a se stessi di vederlo».
La conclusione non è un lieto fine completo: Judith scappa a Fez e costruisce una nuova vita in una terra dove gli ebrei non sono perseguitati, il nipote va in America con Colombo, mentre Santangel resta in Spagna, avendo perso il fratello per mano dell’inquisizione e con un figlio che non rivedrà mai perché plagiato da Torquemada. È una storia d’amore e di perdita, di fede e resistenza, che lascia il lettore con un senso di dolceamara riflessione sul peso delle scelte e del destino.
Per chi ama la storia intrecciata a vicende personali intense, “Per mare e per terra” è un romanzo che non delude, con personaggi complessi, contesto storico accurato e profonde riflessioni morali. Se siete curiosi di scoprire un’epoca di conflitti e di scoperte, vi invito a leggere questo libro e a confrontarvi con la storia, le scelte dei personaggi e i loro dilemmi. Quale sarà il vostro giudizio sul coraggio e sulla resilienza di Santangel e Judith? Oppure, come me, rimarrete intrigati (e a tratti divertiti) dal sognatore Cristoforo Colombo?
Laura
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