Ciao a tutti, sono Laura, pronta per una nuova recensione qui sul blog. Oggi vi parlo di un libro che ha fatto molto discutere e che, lo ammetto, mi ha irritata: “Bianca come il latte, rossa come il sangue” di Alessandro D’Avenia.
Questo romanzo è stato un vero e proprio fenomeno editoriale. Me lo sono ritrovato tra le mani spinta dalla curiosità perché quando era uscito quasi 15 anni fa aveva riscosso un enorme successo tanto da meritare una trasposizione cinematografica. Era ovunque, e volevo capire se la sua fama fosse meritata.
Già il titolo, “Bianca come il latte, rossa come il sangue”, è una dichiarazione d’intenti. Il richiamo alla fiaba di Biancaneve è immediato e voluto, un tentativo, come mi sono chiesta subito, di creare un nesso tra il mondo fiabesco e il romanzo di formazione. Il bianco evoca la purezza e l’ideale amoroso, mentre il rosso è il sangue, la passione, la malattia. Pubblicato nel 2010, il libro si inserisce in un filone di narrativa per adolescenti che affronta temi profondi con un linguaggio diretto. Per D’Avenia è l’opera d’esordio che ha definito il suo successo. La copertina delle prime edizioni, con quel graffito sul muro, suggerisce l’ambientazione scolastica e il mondo interiore di un adolescente. Il tutto si apre con una citazione da “Le mille e una notte” sulla differenza tra l’uomo e l’animale, ovvero la capacità di sognare e rischiare per realizzare i propri sogni. Questa frase è la chiave di volta del romanzo: il protagonista, Leo, vive per il suo sogno, Beatrice, ma è interessante vedere come questo idealismo si scontri con la realtà.

La trama è incentrata su Leo, un liceale alle prese con la scuola, gli amici, e un amore totalizzante per Beatrice. Quando scopre che lei è malata di leucemia, la sua vita viene sconvolta e si lancia in una missione per salvarla, spinto dal suo professore di lettere.
La narrazione è in prima persona, un flusso di pensieri di Leo. E qui ho trovato la mia più grande difficoltà. Come ho scritto nei miei appunti, ho percepito la sua voce come una “accozzaglia di stupidità”, un monologo pieno di cliché sul “pensiero profondo” adolescenziale che personalmente detesto. È uno stile che scivola spesso nel banale. I personaggi sono funzionali alla crescita di Leo, ma è lui il centro di tutto. La domanda che mi sono posta è: cosa lo motiva davvero a donare il sangue? La mia impressione è che la sua sia una scelta dettata da un profondo egoismo anziché altruismo: non vuole perdere il suo sogno rappresentato da Beatrice che morendo distruggerebbe il suo idillio.
Oltre al mondo delle fiabe, il libro è infarcito di riferimenti letterari, quasi a voler elevare un racconto scolastico.
La sensazione generale è quella di un’opera che vuole essere profonda ma risulta superficiale. La definizione che ho scritto di getto su Leo, “mi fa ribrezzo”, è forte, ma descrive la mia reazione viscerale a una narrazione che sento poco sincera.
Un pomeriggio può bastare per leggerlo, ma ci sono modi migliori di impiegare il proprio tempo.
Difficilmente leggerò altro di D’Avenia, il suo stile non fa per me, e sento il bisogno di allontanarmi da questo genere e da questi temi per un po’.
E voi? Lo avete letto? Vi siete ritrovati nel flusso di pensieri di Leo o, come me, lo avete trovato irritante? Fatemi sapere le vostre impressioni nei commenti, sono curiosissima di sapere cosa ne pensate!
Lo lessi da adolescente e in realtà mi piacque. Un pò come Colpa delle Stelle di John Green. Esiste un vero e proprio filone letterario come sottogenere del romance chiamato Sick lit che raggruppa tutti questi romanzi. Io ho letto anche L’arte di essere fragili sempre di D’avenia e anche quello mi è piaciuto nella sua semplicità.
Forse in futuro darò un’altra possibilità all’autore, ma forse è proprio un genere che non mi si addice!🤔
Ci sta 😊
Accipicchia l’ho comprato tempo fa ma non lo ho ancora letto. Sesto senso? Peccato però
Magari sono io a non esserne riuscita a cogliere i pregi…😉
Mmmmmm non credo: di solito il tuo parere è sempre molto puntuale.
Grazie mille!☺️