“Requiem” di Geir Tangen

Ciao a tutte e a tutti e bentornati sul blog!
Oggi voglio condividere con voi una lettura che, ve lo dico subito, mi ha lasciata con l’amaro in bocca e un quaderno pieno di appunti critici. Parliamo di “Requiem” di Geir Tangen, un thriller nordico che prometteva molto ma che, per me, non ha mantenuto le aspettative.

Era da un po’ che sentivo parlare di Geir Tangen, presentato come la nuova, grande voce del thriller norvegese, quasi un erede del maestro Jo Nesbø. La trama, poi, aveva un potenziale enorme: un giornalista riceve delle email da un serial killer che si fa chiamare “Maestro” e che mette in scena gli omicidi descritti in un vecchio manoscritto abbandonato dallo stesso giornalista. Un’idea folgorante, un meccanismo meta-narrativo che mi ha subito conquistata. Con queste premesse, l’ho acquistato a occhi chiusi, sicura di trovarmi di fronte a un capolavoro di tensione e intelligenza. Purtroppo, non è andata così.
Fin dalle prime pagine ho avuto una sensazione di spaesamento. Il romanzo mi è apparso subito frammentato, quasi faticasse a trovare una direzione precisa. Ho percepito una certa confusione strutturale che, anziché creare suspense, generava solo frustrazione. L’entusiasmo iniziale ha lasciato presto il posto a una lettura più analitica e, ahimè, critica.
Altro punto dolente, che mi sono subito appuntata. Il titolo originale del romanzo è “Maestro”. Una scelta perfetta, perché “Maestro” è il nome dell’antagonista e il fulcro attorno a cui ruota l’intero gioco narrativo del “libro nel libro”. Perché, mi chiedo, cambiarlo in “Requiem”? Certo, suona cupo e solenne, molto “nordic noir”, ma è una scelta generica che snatura completamente l’intento dell’autore. Sembra una decisione puramente commerciale, volta ad attirare il pubblico con una parola a effetto, ma che fa perdere al lettore attento il primo, fondamentale indizio di questo gioco di specchi. Una scelta che non ho perdonato.



L’opera è stata pubblicata in Norvegia nel 2016. Si tratta del romanzo d’esordio di Tangen, un autore che, prima di diventare scrittore, era un apprezzato book blogger. Ho avuto la sgradevole impressione che il libro fosse un prodotto costruito a tavolino per incontrare il favore del pubblico, spuntando tutte le caselle del thriller scandinavo di successo, piuttosto che un’opera nata da una vera necessità di raccontare.

La trama, come detto, parte da un’ottima premessa. Il giornalista Viljar Ravn e la detective Lotte Skeisvoll si trovano a indagare su questo killer che sembra conoscere il passato più oscuro di Viljar. Il problema è l’esecuzione. La narrazione si muove su due piani, il presente dell’indagine e i flashback, ma la gestione di questi salti temporali, a mio avviso, è confusionaria e appesantisce il ritmo.

I personaggi non mi hanno lasciato il segno. Non sono riuscita a entrare in empatia con nessuno di loro. Persino il killer, Maestro, che dovrebbe essere una figura carismatica e terrificante, non riesce mai a “bucare la pagina”. Le sue lunghe email, i suoi sproloqui che ho definito nei miei appunti “vaneggiamenti”, occupano pagine intere senza aggiungere vera profondità psicologica, risultando più noiose che inquietanti.

Il ritmo e lo stile sono i veri talloni d’Achille del romanzo. Come ho scritto nei miei appunti: “Il romanzo è lento, che avrebbe potuto essere un racconto”. La tensione si smorza in continue digressioni e in una prosa che non decolla mai. La critica più aspra che muovo, però, è un’altra: “L’autore si inserisce nel romanzo e infastidisce”. Tangen, forse per la sua natura di critico letterario, non resiste alla tentazione di commentare, di strizzare l’occhio al lettore, di mostrare quanto sia intelligente il suo meccanismo narrativo. Questo continuo intervento rompe l’illusione scenica e trasforma una potenziale storia avvincente in un esercizio di stile un po’ autocelebrativo.

Il paragone con Jo Nesbø è inevitabile e, credo, voluto. Tangen si ispira chiaramente al suo connazionale più celebre, ma ne esce con le ossa rotte. Dove Nesbø è viscerale, teso e capace di creare personaggi tormentati e indimenticabili, Tangen risulta freddo, calcolato e privo di quella che nei miei appunti ho chiamato “scintilla”. Manca l’anima, il cuore pulsante del grande thriller.

Questa lettura mi ha fatto molto riflettere sulla figura dell’autore-blogger. Conoscere così bene i meccanismi di un genere può essere un’arma a doppio taglio. Si rischia di creare un’opera tecnicamente ineccepibile ma senz’anima. Il gioco del “libro nel libro” è affascinante, ma come ho annotato, “un lettore superficiale non coglie l’anello di questo gioco”, e un lettore più smaliziato lo trova pretenzioso e mal gestito. Si ha l’impressione di leggere due romanzi diversi che non riescono mai a fondersi davvero.

“Requiem” mi ha intrattenuta? No. Mi ha arricchita? Nemmeno. Sono contenta di averlo letto? Sì, perché ogni lettura, anche quella deludente, insegna qualcosa. In questo caso, mi ha insegnato a essere ancora più critica verso le etichette e le campagne di marketing. Non lo consiglio agli amanti dei thriller serrati e pieni di tensione. Forse solo a chi è interessato a studiare un esempio di meta-narrazione, ma avvisandolo che l’esperimento, a mio parere, non è riuscito.
Darò un’altra possibilità a Geir Tangen? Forse, ma non a breve. Voglio vedere se con il tempo il suo stile maturerà, liberandosi di una certa arroganza di fondo.

E voi? Avete letto “Requiem”? Siete d’accordo con la mia analisi o l’avete amato? Sono davvero curiosa di conoscere la vostra opinione, soprattutto sulla questione del titolo. Vi ha infastidito quanto ha infastidito me? Scrivetelo qui sotto nei commenti, non vedo l’ora di leggervi!

A presto,
Laura

2 pensieri riguardo ““Requiem” di Geir Tangen

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  1. I salti temporali sono quasi sempre confusionari. Sono pochissimi gli autori che riescono a saltellare tra passato e presente senza rendere il loro romanzo un guazzabuglio incomprensibile. Proprio per questo, non capisco come mai i salti temporali vadano così di moda.

    1. È proprio la moda, ahimè. Basta che un autore capace usi una particolare tecnica o espediente letterario e tutti si buttano a ricopiare. A volte il risultato è buono, ma spesso sono enormi cantonate!

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