Il valore di assegnare un nome a un bambino

Il valore di assegnare un nome è una riflessione che, devo dire, ultimamente mi sta tenendo parecchio impegnata. Tutto è partito qualche giorno fa, leggendo un articolo sul Sole 24 Ore che parlava dei Btp in emissione. Ho ricordato i nomi dei più recenti: “BTP Italia”, “BTP Valore”, “BTP Futura”… nomi così evocativi, così patriottici. Mi hanno fatto pensare subito a quanto ci sia di psicologico in queste scelte, a come, volendo o meno, questi nomi possano influenzare i potenziali investitori. Non sono solo etichette finanziarie, ma veri e propri strumenti di marketing che giocano su corde emotive profonde, il senso di appartenenza, la fiducia nel sistema-paese.

Poi, sempre oggi, un’altra notizia, ancora dal Sole 24 Ore, mi ha offerto un ulteriore spunto, ancora più forte: le limitazioni sulla scelta dei nomi per i figli in Giappone. Non si può chiamare un bambino in un modo qualsiasi. Questa cosa mi ha colpito, perché va oltre la mera libertà individuale di scelta. Implica che lo Stato, o la società, riconosca nel nome un potere tale da doverlo regolare.
Le giustificazioni dietro queste limitazioni sono affascinanti. Da un lato, c’è l’idea di proteggere il bambino stesso. Nomi troppo bizzarri, ridicoli o difficili da pronunciare potrebbero esporre il bambino a derisione o a problemi nella vita sociale e lavorativa. È come se il governo volesse tutelare il cittadino da una decisione che non dipende da lui ma che lo accompagnerà tutta la vita (sì, è possibile cambiarlo, ma quanti lo fanno realmente? Edit. Ho cercato, non sono riuscita a reperire un dato mondiale, ma in Italia ci sono circa 3000 istanze all’anno e meno del 25% vengono accolte; inoltre ho scoperto che è una pratica molto costosa).
Dall’altro lato, c’è una chiara volontà di preservare la cultura e l’ordine sociale. In una società come quella giapponese, intrisa di tradizione, il nome non è solo personale; è un ponte con il passato, un riflesso di valori condivisi. Limitare la scelta significa assicurare una certa armonia, evitare nomi che potrebbero essere percepiti come una rottura o un segno di disprezzo per le usanze. Il nome, in questo contesto, diventa un custode dell’identità culturale.

Questa idea del nome che non è solo identità o connessione, ma anche potere e possesso, mi ha riportato alla mente una fiaba che mi affascina da sempre: Tremotino.
Il nano aiutava la ragazza a filare la paglia in oro, ma in cambio avrebbe preso il suo primogenito, a meno che lei non avesse indovinato il suo nome.
Indovinare il nome di Tremotino non era solo una questione di conoscenza, era la chiave per liberarsi dal suo potere, per spezzare il suo controllo.
La fiaba sottolinea in modo lampante come conoscere il nome, o non conoscerlo, possa porre una persona in una posizione di superiorità o inferiorità, di controllo o sottomissione. Dare un nome, quindi, è un atto che definisce non solo l’identità dell’altro, ma anche la relazione di potere che si instaura.


Il nome, dunque, non si esaurisce in identificazione ufficiale dell’individuo. Si in modo lampante quando si parla di soprannomi o appellativi non ufficiali, che hanno la capacità di incidere profondamente sulla percezione di una persona, sia in positivo che in negativo.
Da un lato, purtroppo, c’è il fenomeno del bullismo. Dare un nomignolo dispregiativo, un appellativo che sottolinea un difetto fisico o una caratteristica negativa, è un modo per prendere possesso dell’altra persona, per ridurla, per toglierle dignità. In quel momento, chi lo usa si pone in una condizione di superiorità, non solo chiamando in un certo modo, ma costringendo, in un certo senso, a riconoscersi in quell’appellativo svilente. Questo aspetto si ricollega direttamente alla questione giapponese che ho menzionato: le limitazioni imposte ai nomi possono essere viste proprio come un tentativo di prevenire, a monte, che un nome “anagrafico” possa diventare uno strumento di derisione o emarginazione.
Ma il soprannome ha anche un potere opposto. Quante volte un nomignolo, nato magari da una caratteristica positiva o da un’impresa, serve a esaltare qualcuno? Pensiamo ai grandi della storia che vengono ribattezzati con appellativi che ne celebrano la forza, la ricchezza, l’astuzia, il carisma. “Il Grande”, “il Magnifico”, “Cuor di Leone”: questi nomi non sono solo etichette, sono simboli di riconoscimento, di ammirazione collettiva che rafforzano l’identità positiva dell’individuo, amplificandone la fama e il carisma. In questo caso, il soprannome conferisce un potere speciale, eleva la persona agli occhi degli altri e ne cristallizza un’immagine gloriosa.

E poi ci sono i nomignoli affettuosi, quelli che ci scambiamo con le persone più care: partner, fratelli, genitori e figli, amici intimi. “Tesoro”, “Amore”, “Bomber”, o quei nomignoli segreti che capiamo solo noi. Questi appellativi non sono pubblici, non sono fatti per il mondo esterno. Sono un vero e proprio linguaggio dell’intimità, un codice privato che rafforza il legame emotivo e il senso di appartenenza esclusiva. Servono a creare una bolla di vicinanza, a esprimere affetto, complicità e unicità della relazione sottolineata proprio da quel nome “speciale”.

E ho pensato anche a una recente esperienza personale. Un’amica mi ha chiesto: “Ma i tuoi vitelli, come si chiamano?”. E lì mi sono resa conto che io non do mai un nome ai miei animali da allevamento. Per me, sono identificati magari da un numero, da una caratteristica fisica, dalla loro età.
La mia relazione con loro è diversa, è funzionale. Mi prendo cura della loro salute, del loro benessere, della loro produttività, ma non li personalizzo con un nome, perché non ne sento la necessità per il tipo di rapporto che ho con loro. Non è una mancanza di affetto o rispetto, è semplicemente che il mio ruolo non richiede quella specifica forma di individualizzazione. Sono parte di un gruppo, e la mia cura è rivolta al benessere del gruppo.

Insomma, il valore di assegnare un nome è un terreno fertilissimo per la riflessione. Ci mostra come il nome sia un punto di incontro tra la libertà individuale e le aspettative sociali, tra il desiderio di connettere e il bisogno di controllare.

E voi, avete mai riflettuto su quanto potere si nasconde dietro un “semplice” appellativo?

Laura

2 pensieri riguardo “Il valore di assegnare un nome a un bambino

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  1. Io e mia moglie abbiamo dovuto scegliere il nome di nostra figlia e, credimi, non è stato facile.
    Volevamo evitare nomi che potessero essere storpiati o che richiamassero troppo persone famose, poi abbiamo scelto Virginia in onore del nonno di mia moglie, a cui lei era molto legata.
    E, credimi, la sua maestra dell’asilo, che ha sia una nonna che una sorella con lo stesso nome, le dice sempre: “Sei proprio una Virginia!”
    Quindi sì: dare un nome ai bambini, ai nomi o alle cose dà loro un’identità unica, non è qualcosa da fare alla leggera.
    Un saluto!

  2. Senza bisogno di andare fino in Giappone, anche in Italia ci sono regole e divieti sui nomi da imporre ai figli: non devono essere ridicoli o richiamare personaggi storici negativi (non si può chiamare un figlio Adolf Hitler, strano vero?), e devono corrispondere al genere di nascita. Fino a pochi anni fa, ad esempio, non si poteva usare il nome Andrea per le femmine. Sarebbero norme di buon senso, ma visto che ci sono genitori che vorrebbero chiamare la figlia Ikea o il figlio Slip, lo Stato corre ai ripari per il bene del figlio.

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