“Arabesque” di Alessia Gazzola

Il mio incontro con “Arabesque” di Alessia Gazzola è avvenuto quasi per caso, un regalo inatteso di Elena da un mercatino dell’usato. Un’occasione per esplorare la penna di un’autrice che avevo da tempo in lista. Il romanzo, pubblicato nel 2014, si inserisce perfettamente nel filone del “giallo rosa” o “comfy crime” che tanto successo riscuoteva in quegli anni, e si posiziona come il terzo capitolo della fortunata serie de “L’Allieva”, consolidando il personaggio di Alice Allevi nel panorama letterario italiano.



Il titolo, “Arabesque”, si rivela da subito una scelta coerente e simbolica. L’arabesque è una posizione iconica della danza classica, e il mondo del balletto si dispiega come fulcro dell’indagine che Alice si trova a seguire, un nesso diretto e significativo con gli eventi narrati. Sebbene la copertina possa variare a seconda delle edizioni, essa solitamente richiama il mondo di Alice con un tocco di modernità, talvolta alludendo velatamente all’eleganza e al movimento della danza. L’assenza di una dedica iniziale è un dettaglio che non sfugge, mentre i ringraziamenti, posti alla fine, non aggiungono particolari significati se letti prima della trama. Caratteristica distintiva dello stile della Gazzola, e presente anche in questo romanzo, è l’apertura di ogni capitolo con una citazione: brevi frasi che introducono il tono, anticipano temi o offrono spunti ironici, guidando il lettore nella successiva immersione narrativa.



Il corpo del romanzo introduce la dottoressa Alice Allevi in un nuovo caso che la catapulta nel competitivo e affascinante ambiente della danza classica, un misterioso decesso da risolvere tra ballerine, maestri e rivalità nascoste dietro le quinte. Lo stile dell’autrice si conferma scorrevole e ironico, con una narrazione in prima persona che immerge il lettore nei pensieri, spesso caotici e autoironici, di Alice. Questo approccio è pienamente allineato alla cifra stilistica della Gazzola. Tuttavia, il ritmo della narazione si è rivelato un punto di criticità per me. L’inizio delle indagini è stato indubbiamente veloce e coinvolgente, catturando immediatamente l’attenzione. Purtroppo, la parte centrale del libro ha subito un notevole rallentamento, a causa di quello che ho percepito come un eccessivo spazio dedicato alle dinamiche personali di Alice, in particolare alle sue vicende sentimentali e ai suoi dubbi esistenziali. Sebbene queste siano componenti intrinseche della serie, in “Arabesque” hanno finito per intaccare la progressione dell’indagine, appesantendo la lettura. Nonostante ciò, la risoluzione del caso l’ho trovata coerente e ben sostenuta dalle prove presentate, chiudendo il cerchio investigativo in modo soddisfacente. I personaggi, oltre ad Alice, ruotano attorno al suo universo professionale e personale, esplorando temi come il rapporto conflittuale tra madri e figlie e le complesse dinamiche di coppia, che aggiungono profondità alle relazioni umane rappresentate.

“Arabesque” si inserisce nel più ampio contesto del “giallo atipico”, con richiami a serie televisive come “Castle” per il mix di indagine e relazioni personali, ma con un’impronta più marcatamente italiana. La serie di Alice Allevi, da cui è tratto il romanzo, ha avuto anche una fortunata trasposizione televisiva, “L’Allieva”. Avendola seguita, posso dire che la serie TV ha saputo cogliere abbastanza bene il tono leggero e scanzonato dei libri, pur concedendosi alcune libertà narrative. Ho apprezzato l’interpretazione degli attori, che hanno reso l’essenza dei personaggi, mantenendo un buon equilibrio tra l’aspetto investigativo e le vicissitudini personali di Alice.

Tra le mie annotazioni personali, una frase mi è rimasta particolarmente impressa per la sua risonanza: “E quando penso che sia finita, è proprio allora che comincia la salita”. Un’osservazione che ben cattura la natura imprevedibile della vita. Il tema principale che mi ha spinto a riflettere è stato il rapporto, spesso intriso di conflitto, tra madri e figlie, affiancato dalle intricate dinamiche di coppia che pervadono le vite di tutti i personaggi.

In conclusione, “Arabesque” non mi ha completamente persuasa. Nonostante un inizio promettente e lo stile scorrevole dell’autrice, la prolungata lentezza dovuta alle digressioni personali ha purtroppo influito sulla mia esperienza di lettura. Non posso affermare che mi abbia arricchita o intrattenuta come speravo, ma sono comunque contenta di aver avuto l’occasione di conoscere meglio la scrittura di Alessia Gazzola. Per questo motivo, non mi sento di consigliarlo a chi è alla ricerca di un giallo puro o di un medical thriller dal ritmo serrato, ma potrebbe incontrare il gusto di chi predilige i “gialli rosa” o le storie che intrecciano indagini e vicende sentimentali, con un occhio di riguardo alle relazioni e all’ironia.

Le mie letture precedenti di gialli con protagoniste femminili avevano già delineato un certo contesto, ma “Arabesque” non ha consolidato il mio interesse per l’autrice; anzi, posso affermare che non leggerò altri suoi libri in futuro. Questa lettura mi ha anche portato a sentire il bisogno di esplorare generi diversi, meno inclini a dilungarsi su dinamiche personali a scapito della trama principale. E sebbene i temi delle relazioni familiari e di coppia siano interessanti, non saranno da soli sufficienti a guidare le mie future scelte di lettura. Infine, è opportuno notare che il libro è edito da Longanesi, una casa editrice di spicco nel panorama italiano, nota per il suo vasto catalogo di narrativa contemporanea, inclusi i gialli e i romanzi rosa, e per la capacità di lanciare e sostenere autori di successo all’interno delle sue collane più popolari.

Laura

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