Ciao amici, sono Laura! Ultimamente mi sono imbattuto in un’offerta di quelle a cui è difficile resistere: un 1+1 a 9,90€ che mi ha portato tra le mani “La mia prediletta” di Romy Hausmann, in compagnia de “I segreti del Tamigi”. Devo ammettere che il titolo e la copertina avevano un che di intrigante, promettendo oscurità e mistero. Ma sarà stata una scelta azzeccata?

Il titolo originale tedesco è “Liebes Kind”, che tradotto letteralmente significa “Bambino caro” o “Caro bambino”. La scelta di tradurlo in italiano con “La mia prediletta” è, a mio avviso, significativa. L’originale evoca un affetto infantile, seppur potenzialmente distorto, mentre il titolo italiano introduce subito un senso di possesso, di scelta specifica e forse inquietante focalizzandosi sul rapporto “adulto”. Questa variazione anticipa le dinamiche morbose che si svilupperanno nella narrazione e il rapporto di “predilezione” che unisce (o meglio, incatena) i protagonisti. Una scelta, quella italiana, che a mio parere punta dritto al cuore torbido del thriller psicologico.
L’edizione italiana presenta una copertina minimalista ma evocativa: una gabbia per uccelli vuota su uno sfondo chiaro. L’immagine è potente e si presta a diverse interpretazioni. La gabbia, simbolo di prigionia e di libertà negata, riflette immediatamente la condizione dei personaggi intrappolati in una realtà distorta. L’assenza dell’uccello accentua il senso di solitudine e di perdita. Personalmente, trovo che questa immagine sia efficace nel comunicare la claustrofobia psicologica che permea il romanzo, suggerendo che i veri prigionieri non sono solo quelli fisicamente rinchiusi. Nella versione in lingua originale, la copertina è una casetta stilizzata che comunque richiama una gabbia, anche in questo caso il tema centrale è il rapporto malsano con dei bambini.
Pubblicato originariamente nel 2019, “Liebes Kind” segna l’esordio narrativo di Romy Hausmann. Un debutto che ha subito catturato l’attenzione del pubblico e della critica, lanciando l’autrice nel panorama del thriller psicologico contemporaneo. È interessante notare come fin dalla sua prima opera, Hausmann abbia dimostrato una propensione per l’esplorazione delle dinamiche oscure e delle profondità della psiche umana, temi che, a quanto pare, continueranno a caratterizzare la sua produzione successiva.
Uno degli aspetti centrali del romanzo è l’utilizzo di più narratori in prima persona: Hannah, Jasmin (Lena) e Matthias. Questa scelta stilistica ha un impatto significativo sulla nostra percezione degli eventi. Ogni voce ci offre una visione parziale e filtrata della realtà, spesso influenzata dal trauma e dalle loro particolari condizioni psicologiche. Se da un lato questo moltiplicare le prospettive crea un senso di frammentazione e incertezza che ben si adatta al genere, dall’altro a volte ho avuto la sensazione che questa continua alternanza rallentasse un po’ il ritmo e rendesse la ricostruzione degli eventi più faticosa. L’inaffidabilità di alcuni narratori, in particolare, ci costringe a mettere costantemente in discussione ciò che leggiamo, un elemento tipico del thriller psicologico ma che qui, a tratti, mi è sembrato un po’ forzato.
L’autrice riesce indubbiamente a creare un’atmosfera opprimente e claustrofobica, soprattutto nella prima parte del romanzo ambientata nella casa isolata. La descrizione minuziosa degli ambienti e delle dinamiche interne trasmette efficacemente il senso di prigionia fisica e psicologica. La tensione cresce gradualmente, alimentata dalle rivelazioni frammentarie e dalle domande senza risposta. L’isolamento gioca un ruolo cruciale, amplificando la sensazione di pericolo e di disagio.
I temi affrontati sono cupi e intensi: il sequestro e le sue brutali conseguenze, il trauma che segna profondamente le vite dei protagonisti, la perdita di identità e la faticosa ricostruzione di sé, la manipolazione psicologica e le dinamiche familiari profondamente distorte. Hausmann non risparmia il lettore, immergendolo in un universo di sofferenza e di oscurità.
I personaggi principali sono complessi e tormentati. Hannah, con la sua singolare prospettiva infantile condizionata dalla prigionia, è forse il personaggio più affascinante e inquietante. Jasmin (Lena) lotta per ricostruire la propria identità dopo anni di isolamento, mentre Matthias incarna la figura del padre disperato e ossessionato dalla ricerca della verità. Sebbene ben delineati, a volte ho percepito alcune loro reazioni come un po’ schematiche, funzionali più alla trama che a una reale profondità psicologica.
Lo stile di Hausmann è diretto, ma lento. La scelta di narrare in prima persona ci immerge direttamente nei pensieri e nelle emozioni dei protagonisti e l’alternanza troppo frequente dei punti di vista ha frammentato lo sviluppo della storia. Questo stile, personalmente, non mi piace. Rende la lettura troppo caotica e la storia non si sviluppa in modo lineare.
“La mia prediletta” si inserisce nel filone del thriller psicologico che negli ultimi anni ha visto una proliferazione di storie incentrate su traumi, segreti familiari e narrazioni inaffidabili. Ho notato delle similitudini con opere di autrici come Gillian Flynn o Paula Hawkins per la centralità della voce femminile e l’esplorazione delle zone oscure della psiche. Tuttavia, riflettendo sulla mia precedente “critica eccessiva” sul genere, devo ammettere che sebbene molti thriller recenti tocchino temi simili, l’efficacia della loro esecuzione varia notevolmente. A volte, la ricerca del colpo di scena a tutti i costi o la prevedibilità di alcune dinamiche finiscono per deludere le aspettative. “La mia prediletta” in questo senso… beh, ecco… sorvoliamo?
Come molti thriller di successo, anche “La mia prediletta” ha avuto una sua trasposizione televisiva su Netflix nel 2023, con lo stesso titolo originale “Liebes Kind”. L’accoglienza della critica è stata, a quanto ho letto, piuttosto positiva, con molti che hanno apprezzato la fedeltà al romanzo e l’efficacia nel trasporre la tensione sullo schermo. Questo testimonia, nonostante le mie riserve, il potenziale narrativo della storia e la sua capacità di coinvolgere un vasto pubblico.
“La mia prediletta” è un thriller che potrebbe coinvolgere intensamente il lettore, desideroso di svelare il mistero che avvolge i protagonisti. L’atmosfera claustrofobica e il gioco di prospettive potrebbero aumentare il senso di straniamento (per chi apprezza questo tipo di trame). Tuttavia, arrivata intorno a pagina 150, ho avuto un’intuizione, un’ipotesi di sviluppo della trama che, se l’autrice avesse osato seguirla, avrebbe reso la vicenda a mio parere molto più sconvolgente e, oserei dire, originale. Immaginate se… (no, non vi spoilererò nulla!). Invece, la narrazione ha optato per un classico colpo di scena finale che, ahimè, rientra in quella categoria di “rivelazioni immotivate” che proprio fatico a digerire nei thriller. Quel tipo di “sorpresa” che sembra piombare dal nulla, più per risolvere un buco di trama che per una reale coerenza narrativa.
Visto questo “ma” finale, “La mia prediletta” non è una lettura che consiglio a giallisti esigenti: se cercate quel guizzo di originalità che vi lasci davvero spiazzati… dovrete cercare altrove.
E voi, l’avete letto? Cosa ne pensate? Fatemi sapere nei commenti!
Laura
🎀 Non l’ho letto, ma mi pare molto interessante a livello psicologico …
Buona domenica Laura!
Buona domenica anche a te, Paola!
Una recensione davvero approfondita e interessante. Io avevo iniziato a vedere la serie televisiva ma mi sono fermato perché volevo leggere prima il libro. Una delle cose che apprezzo è il fatto che il punto di vista dei vari personaggi differenzi abbastanza, sia molto soggettivo, dandoci una visione differente degli eventi. Questo mi attrae parecchio.
Sì, quello è un fatto molto intrigante senza ombra di dubbio, se usato per la serie TV!