“Baita di sangue” (Prima Parte) di Elena e Laura Canepa

Bethany scese dall’auto trascinando il pesante zaino che era rimasto incastrato fra i sedili. Diede una rapida occhiata alla baita che sembrava in perfette condizioni: zia Wendy le aveva lasciato proprio una bella sorpresa. Ripensò al giorno in cui ricevette la notizia e gli occhi le si riempirono di lacrime. Era davvero incredula quando l’avvocato l’aveva contattata per metterla al corrente dell’essere diventata proprietaria di uno degli immobili della zia. Mai si sarebbe aspettata di entrare in possesso della baita in cui la donna trascorreva i suoi weekend a rilassarsi di fronte al caminetto. C’era stata qualche volta da bambina, ma ricordava poco degli interni di quella casa. Le tornarono in mente le chiacchiere dei parenti più stretti che erano increduli quanto lei per non essere riusciti a mettere le mani su quel delizioso angolo di paradiso e perciò avevano impugnato la causa portandola di fronte a un tribunale. A nulla erano valse le loro proteste davanti a un atto notarile compilato e firmato in pieno possesso delle sue facoltà mentali: la zia voleva che fosse Bethany l’ereditiera e la ringraziava per le attenzioni ricevute e l’affetto che le aveva dimostrato fino alla fine dei suoi giorni.

Scacciò via quei pensieri e decise di buttarsi tutto alle spalle. Aveva guidato per ore cercando di raggiungere la pace sperata e nulla l’avrebbe distratta da quel proposito. Doveva staccare la spina da tutto, il lavoro opprimente e quel bastardo di Liam; incredibile, lo aveva fatto di nuovo! Non era servito a nulla perdonarlo, ma adesso lo avrebbe cancellato per sempre dalla sua vita. Le occorreva soltanto stare da sola a riflettere per qualche giorno e quell’occasione le era sembrata l’ideale. Non aveva fatto parola con nessuno della sua fuga verso la baita e sicuramente a nessuno sarebbe venuto in mente di cercarla lì. Estrasse le chiavi dalla tasca e, con un po’ di fatica, riuscì ad aprire la porta: la serratura avrebbe avuto bisogno di un po’ d’olio. Diede un’occhiata al cellulare: fantastico, non c’era campo e non avrebbe potuto chiedere di meglio. Trovò un messaggio di Liam che aveva probabilmente ricevuto durante il viaggio, quando ancora c’era segnale.

«Dove sei? Sono stato un cretino. Mi manchi. Richiamami.»

Bethany scosse la testa con una risata sarcastica e gettò il cellulare sulla poltrona. Prese una pinza per capelli dalla tasca e raccolse i folti ricci castani che le invadevano il viso. Si avvicinò alla finestra, tenendo a mente che i vetri opachi avrebbero avuto bisogno di una ripulita e guardò fuori: il cielo era grigio e non prometteva nulla di buono, ma non le importava. I suoi programmi erano il più totale isolamento e il completo relax, senza la necessità di avventurarsi per i boschi. Non ebbe il tempo di ambientarsi che un tuono ruppe il silenzio e una cascata di pioggia si riversò sulla casa. Bethany si avvicinò al caminetto percorsa da un brivido.

«Maledizione!» imprecò non appena si fu accorta dell’assenza di legna. Fortuna che suo padre le aveva insegnato come tenere in mano un’accetta e non avrebbe fatto troppa fatica a procurarsi una fascina di tronchi da tagliare.

La pioggia non accennava a dare una tregua. Rovistò tra le giacche appese vicino alla porta d’ingresso: di sicuro zia Wendy aveva lasciato un impermeabile pronto all’uso.

«Bingo!» esclamò la ragazza fra sé. Lo afferrò e, coprendosi per bene, uscì in mezzo al temporale.

Si inzuppò in tempo record, ma riuscì comunque a tornare in casa con qualcosa. L’appoggiò a terra, ma si rese conto che con quella legna grondante d’acqua non sarebbe riuscita a combinare nulla. Doveva cambiarsi il prima possibile o si sarebbe presa un raffreddore.

Un rumore proveniente dal piano superiore la distrasse da quel proposito e fu percorsa da un brivido di paura: che ci fosse qualcuno in casa? D’altronde, mentre era uscita, aveva lasciato la porta spalancata e chiunque si sarebbe potuto introdurre indisturbato. Controllò il pavimento in legno con attenzione per verificare la presenza di impronte bagnate a confermare i suoi timori. Sembrava tutto perfettamente asciutto tranne nel tragitto dalla porta al caminetto. Un nuovo scricchiolio le fece sollevare la testa di scatto: sembravano dei passi esattamente sopra di lei.

Cominciò a sudare e si domandò se non ci fosse veramente qualcuno che si trovasse lì già prima del suo arrivo. Come avrebbe dovuto comportarsi? Il cellulare era inutilizzabile e già si pentiva di esserne stata così entusiasta.

Magari era solo un procione. E se si fosse trattato di qualche senzatetto? Scartò immediatamente l’idea, chi si sarebbe avventurato fino a lì a piedi? Il dubbio, però, la stava tormentando. Forse avrebbe dovuto raccogliere in fretta la sue cose e tornare alla macchina… forse.

No, di qualunque cosa si fosse trattato, niente l’avrebbe fatta tornare in città così presto. Si armò di una spranga di ferro che si trovava accanto al caminetto e decise di salire le scale.

Si bloccò di scatto mentre dei colpi secchi contro la parete le fecero scivolare dalle mani la sua arma. Cosa diavolo c’era di sopra?

Degli altri colpi la fecero quasi svenire, ma stavolta provenivano dalla porta. Con estrema cautela, afferrò la spranga e andò ad aprire.

«Salve!» gridò l’uomo baffuto che si trovò di fronte per sovrastare il rumore della pioggia.

«Salve, posso esserle d’aiuto?» domandò Bethany cercando di nascondere il terrore che la attanagliava.

«Sono il suo vicino di casa! Volevo sapere se è tutto a posto! Abbiamo notato dei movimenti strani da queste parti!» esclamò lui con aria preoccupata.

Bethany restò in silenzio osservando quell’uomo dallo sguardo amichevole. «In realtà no, ho sentito dei forti rumori provenire dal piano di sopra, ma ho avuto paura e non sono riuscita a controllare, per ora.»

«Lasci che la aiuti, non si sa mai che cosa possa trovare una ragazza sola e indifesa come lei.»

«Oh, certo, prego» fece Bethany invitandolo a entrare. Per fortuna, quell’uomo era capitato al momento giusto.

Un lampo improvviso fece cortocircuito e si ritrovarono al buio. «Caspita, questo sì che è un problema!» esclamò il vicino di casa. «Ha per caso una torcia?»

Bethany rovistò velocemente nei cassetti di tutta la stanza, ma l’unica cosa che vi trovò fu una vecchia lampada a olio e dei fiammiferi.

«Beh, questo sì che è un attrezzo come si deve!» ridacchiò lui.

Si avviarono su per le scale cigolanti, mentre ombre di ogni genere si andavano formando lungo la parete. La pioggia continuava ad abbattersi rumorosamente sulla casa, in netto contrasto con il silenzio tombale delle stanze. Bethany continuava a domandarsi che cosa avrebbero trovato una volta giunti al piano superiore e il sudore cominciò a scivolarle dalla fronte. L’uomo davanti a lei non sembrava troppo preoccupato e, giunto sulla soglia della camera da letto, si voltò verso di lei facendogli cenno di rimanere in silenzio e di seguirlo. «Si guardi alle spalle mentre io controllo gli armadi» sussurrò col un fil di voce.

Bethany si sfregò le braccia e deglutì spaventata dai continui lampi che illuminavano la stanza già lievemente rischiarata dalla vecchia e puzzolente lucerna.

«Qui non c’è assolutamente nulla» fece l’uomo scuotendo la testa.

Si avviarono verso l’altra stanza e poi nel bagno. Bethany udì uno strano ronzio e si avvicinò alla vasca.

Scostò rapidamente la tenda.

Un urlo le uscì dalla bocca e subito indietreggiò.

La testa mozzata di un capriolo dagli occhi vitrei giaceva sul fondo e un rivolo di sangue rosso vivo colava verso lo scarico.

La ragazza corse verso il gabinetto a vomitare, mentre quell’odore acre e nauseabondo le inondava le narici.

«Buon Dio» sussurrò l’uomo illuminando i resti di quella carcassa con la lampada.

«Chi può aver fatto una cosa tanto disgustosa?» domandò Bethany dopo essersi sciacquata la faccia.

«Non lo so, ma sarebbe meglio continuare a controllare la casa. Dubito, però, che chi ha compiuto quest’azione si trovi ancora qui dentro.»

Chiese a Bethany se ci fosse una soffitta e lei annuì. Indicò il soffitto a volta e gli passò un bastone di ferro appoggiato al muro. Non ricordava di esserci mai stata, ma sapeva che la zia portava lì soltanto delle cianfrusaglie.

«Non ci vorrà molto, lei torni pure al piano di sotto e controlli i movimenti all’esterno dalle finestre» fece l’uomo con tono premuroso. Infilò il bastone di ferro nella botola sopra di sé e si arrampicò sulle scale di metallo.

Bethany scese le scale con il timore che quell’uomo così gentile avrebbe corso qualche rischio, tutto solo nella sua soffitta, ma un misto di egoismo e paura le suggerirono di allontanarsi al più presto e di prepararsi a un’eventuale fuga.

CONTINUA…

“Baita di sangue” (Seconda Parte) di Elena e Laura Canepa

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Foto di 12019 da Pixabay

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