“Furore” di John Steinbeck

Buongiorno a tutti! Sono Elena e oggi vi parlerò della mia ultima lettura, “Furore” (Grapes of Wrath) di John Steinbeck. Si tratta di un’opera molto famosa che fa parte dei classici contemporanei e viene definita come pietra miliare della letteratura americana. Mi sentivo proprio ignorante in materia, non avevo mai letto nulla di letteratura americana, e sono felice di aver cominciato questa esperienza grazie al romanzo in questione. E vi dirò di più: ho recuperato il film in bianco e nero degli anni ’40 con Henry Fonda e tra poco mi passerò un rilassante pomeriggio a guardarlo.

Pietra miliare della letteratura americana, “Furore” è un romanzo pubblicato negli Stati Uniti nel 1939 e coraggiosamente proposto in Italia da Valentino Bompiani l’anno seguente. Il libro fu perseguitato dalla censura fascista e solo ora, dopo più di 70 anni, vede la luce la prima edizione integrale, nella nuova traduzione di Sergio Claudio Perroni. Una versione basata sul testo inglese della Centennial Edition dell’opera di Steinbeck, che restituisce finalmente ai lettori la forza e la modernità della scrittura del Premio Nobel per la Letteratura 1962. Nell’odissea della famiglia Joad sfrattata dalla sua casa e dalla sua terra, in penosa marcia verso la California, lungo la Route 66 come migliaia e migliaia di americani, rivive la trasformazione di un’intera nazione. L’impatto amaro con la terra promessa dove la manodopera è sfruttata e mal pagata, dove ciascuno porta con sé la propria miseria “come un marchio d’infamia”. Al tempo stesso romanzo di viaggio e ritratto epico della lotta dell’uomo contro l’ingiustizia, “Furore” è forse il più americano dei classici americani, da leggere oggi in tutta la sua bellezza.

Come viene riportato nella Postfazione di Mario Andreose, “Furore” racconta di una popolazione che, attratta da offerte di lavoro, abbandona il Midwest per raggiungere la California. Erano i nuovi poveri, bianchi e protestanti, espropriati dalle banche delle loro fattorie di mezzadri, perché non più redditizie dopo che le tempeste di polvere (Dust Bowl) avevano disperso l’humus coltivabile. In California non possono che offrire le proprie braccia per raccogliere frutta, ovunque se ne presenti la possibilità, nomadi loro malgrado, accampati qua e là con le loro carrette scassate con cui avevano attraversato la Route 66.

I personaggi sono intensi e reali, grazie anche ai dialoghi gergali, sgrammaticati, e a un linguaggio schietto. I paesaggi sono descritti in modo dettagliato, così come le atmosfere, gli odori e i profumi.

«Gli affamati arrivano con le reticelle per ripescare le patate buttate nel fiume, ma le guardie li ricacciano indietro; arrivano con i catorci sferraglianti per raccattare le arance al macero, ma le trovano zuppe di kerosene.
Allora restano immobili a guardare le patate trascinate dalla corrente, (…) a guardare le montagne di arance che si sciolgono in una poltiglia putrida; e nei loro occhi cresce il furore. Nell’anima degli affamati i semi del furore sono diventati acini, e gli acini grappoli ormai pronti per la vendemmia.»

Nel romanzo c’è un’atmosfera di fame, miseria e disperazione.
La famiglia Joad viene cacciata dalla propria terra in Oklahoma, così come accade per le altre famiglie, ed è costretta a percorrere tutta la Route 66 per raggiungere la California, nella speranza di trovare lavoro e rifarsi una vita. Ma non sarà per nulla semplice, poiché milioni di emigrati hanno le loro stesse intenzioni e il paese è in depressione e ciò che troveranno sarà soltanto tanta miseria e ingiustizia.

“La Route 66 è la principale strada migratoria. La 66, lungo sentiero d’asfalto che attraversa la nazione, serpeggiando dolcemente su e giù per la carta, dal Mississipi a Bakersfield, attraverso le terre rosse e le terre grigie, inerpicandosi su per le montagne, superando valichi e planando nel deserto terribile e luminoso, e dopo il deserto di nuovo sulle montagne fino alle ricche valli della California.

La 66 è il sentiero di un popolo in fuga, di chi scappa dalla polvere e dal rattrappirsi delle campagne, dal tuono dei trattori e dal rattrappirsi delle proprietà, dalla lenta invasione del deserto verso il Nord, dai turbinosi venti che arrivano ululando dal Texas, dalle inondazioni che non portano ricchezza alla terra e la depredano di ogni ricchezza residua. Da tutto ciò la gente è in fuga, e si riversa sulla 6 dagli affluenti di strade secondarie, piste di carri e miseri sentieri di campagna. La 66 è la strada madre, la strada della fuga.”

“Furore” è un romanzo sempre attuale, si capisce fin dalle prime pagine che sarà un’opera destinata a rimanere impressa nella mente, un’opera di spessore e davvero intensa.
Il personaggio di Ma’ è forte e determinato, una donna che non si lascia spaventare dalle avversità che continuano a colpire la sua famiglia, ma che cercherà in ogni modo di restare in piedi per infondere coraggio in tutti e, soprattutto, a tenere unita la famiglia Joad. Anche Tom Joad (il figlio, nonché protagonista del romanzo) è un personaggio ricco di grande onestà morale e dignità.

“E così non importa. Perchè io ci sarò sempre, nascosto e dappertutto. Sarò in tutti i posti… dappertutto dove ti giri a guardare. Dove c’è qualcuno che lotta per dare da mangiare a chi ha fame, io sarò lì. Dove c’è uno sbirro che picchia qualcuno, io sarò lì. Se Casy aveva ragione, bè, allora sarò negli urli di quelli che si ribellano… e sarò nelle risate dei bambini quando hanno fame e sanno che la minestra è pronta. E quando la nostra gente mangerà le cose che ha coltivato e vivrà nelle case che ha costruito… bè, io sarò lì. Capisci?”

Consiglio la lettura di questo romanzo a tutti. Non ero sicura che mi sarebbe piaciuto e invece mi ha lasciato davvero tanto. Si tratta di un libro che vorresti non finisse mai, nonostante il tema trattato sia di una tristezza infinita.

Elena

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