“Giômìn o dizertô” (terza e ultima parte) di Elena Canepa e Laura Canepa

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“Giômìn o dizertô” (prima parte) di Elena Canepa e Laura Canepa

“Giômìn o dizertô” (seconda parte) di Elena Canepa e Laura Canepa

Arrivato davanti alla porta bussò piano e quando la moglie chiese : «Chi è?» si fece riconoscere. La donna, anche se scossa, tolse svelta i catenacci alla porta e la spalancò. Il suo volto esprimeva un insieme di felicità e incredulità. Lo fece entrare subito in casa e gli servì una scodella di minestra calda. Il marito raccontò tutta la vicenda per filo e per segno, mentre la donna lo ascoltava e a tratti si copriva la bocca con fare spaventato. L’uomo era in pericolo: era un disertore e se lo avessero catturato lo avrebbero punito con la morte. «Adesso voglio vedere mia figlia, poi andremo a riposare. Al resto penserò domani» concluse Giômìn avviandosi verso la stanza della bambina che stava già dormendo.

In seguito la sua decisione fu questa: di giorno si sarebbe nascosto e di notte avrebbe lavorato nei campi.

Nel frattempo, alla frontiera, si erano accorti della sua fuga e la notizia era già pervenuta tramite telegramma ai carabinieri di Voltri (a quel tempo comune a sé stante, oggi incluso nel comune di Genova) con l’ordine di catturarlo. E così, giorno dopo giorno, una squadra composta da circa quindici carabinieri si avventurava a piedi fino a Chiale alla ricerca di Giômìn  il disertore.

Foto di Frantisek Krejci da Pixabay

I giorni passavano e la caccia continuava sia con il sole che con la pioggia. Giômìn trascorreva le ore osservando i sentieri circostanti: non appena scorgeva il gruppo di carabinieri si dava alla fuga il più velocemente possibile. Non serviva scappare lontano, bastava inoltrarsi un po’ nel bosco e tenere gli occhi aperti. Giômìn  pazientava lì diverso tempo e poi, sempre attento ai rumori circostanti, tornava a casa. Ogni volta i resoconti della moglie lo facevano agitare: quella povera donna incinta doveva fronteggiare uomini sempre più aggressivi; un giorno arrivarono addirittura a riempire di colpi di fucile la porta di casa finché, Marina non fu costretta a cedere e ad aprire. Le chiedevano sempre di essere accompagnati in soffitta così da essere certi che Giômìn  non si nascondesse lì. Marina, in avanzato stato di gravidanza, doveva prendere la lanterna ad olio e arrampicarsi su per la ripida scala che conduceva in soffitta, faticando molto anche a causa degli ingombranti abiti. I vicini erano al corrente della situazione e provavano compassione per la donna, così un giorno uno di loro le disse: «Marina, quando ti chiederanno di andare in soffitta fatti da parte e dì loro di andare da soli. Tu stai male e non devi salire». La donna raccolse coraggio e fece come le era stato suggerito. Da quella volta i carabinieri non controllarono più la soffitta: avevano paura che Giômìn  li avrebbe attesi nel buio per aggredirli.

Altre volte Giômìn  si salvò per pura fortuna: non sempre riuscì a vedere la squadra in tempo e quindi dovette improvvisare strambe fughe.

Un giorno corse dentro casa e disse alla moglie: «Ci sono solo due carabinieri qui fuori, quando te lo dico spalanca la porta e io scapperò passando loro in mezzo. Non si aspetteranno di vedermi e li coglierò di sorpresa». E così fecero, Marina aprì la porta, ma subito Giômìn  si rese conto con disperazione che i carabinieri erano sette e allora, imprecando, richiuse la porta con un calcio e la blocco con una spranga. I carabinieri chiamarono a gran voce i compagni sul retro: «È qui! Venite qui davanti!». Gli altri cinque accorsero e lasciarono incustodita la porta sul retro, così Giômìn  poté scappare da lì. Intanto i carabinieri colpendo furiosamente la porta riuscirono ad aprirla, ma una volta in casa non trovarono nessuno. Un’altra volta, dopo essersi guardato intorno disperatamente, ormai certo di essere spacciato, si nascose dentro a dei sacchi – i lenseu – usati per trasportare il fieno, che erano davanti alla porta di casa. Disse alla moglie: «Marina, quando aprirai loro la porta fai finta di niente e spingi via con il piede i sacchi, come se volessi sgomberare il passaggio. Io rotolerò fin laggiù e poi scapperò via». L’uomo cercò di rassicurarla: «Non mi prenderanno, ma mi raccomando, non fare sciocchezze». Giômìn  si avvolse nel lenseu e Marina andò in casa e fece finta di svolgere i lavori domestici. Dopo un attimo arrivò la squadra e la donna, bruscamente, venne chiamata fuori. Lei sudava freddo, ma si fece forza: mentre rispondeva alle incalzanti domande degli uomini fece rotolare il sacco con dentro Giômìn . Il sacco prese a rotolare rapidamente finché non raggiunse il muretto alla fine dello spiazzo, così Giômìn  balzò in piedi e fuggì per il fianco della collina. I carabinieri corsero giù per la strada: avevano intenzione di intercettarlo più a valle, ma invano. Marina non nascose la sua gioia, ma tanto nessuno fece caso a lei. L’attenzione era tutta per suo marito, che in attimo era sparito dalla vista.

Arrivò la fine della Grande Guerra e con essa l’amnistia che portò alla cancellazione dei reati militari, compreso quello di diserzione. Questo suscitò molte contestazioni comprensibili da parte delle famiglie dei caduti e dei soldati che si erano comportati con onore, se non anche con eroismo.

Giômìn  riuscì a tornare alla sua vita e creò una numerosa famiglia di contadini e contadine. Ed ecco come andarono le cose. Chiunque adesso potrà giudicare quest’uomo come un vigliacco o come un traditore della patria, ma non era una cattiva persona. Ebbe solo paura. Paura di morire. Paura di non fare mai più ritorno a casa. Paure comuni a tutti.

Immagine di Frantisek Krejci da Pixabay

Giômìn o dizertô: Copyright © Elena Canepa e Laura Canepa – Tutti i diritti riservati

13 pensieri riguardo ““Giômìn o dizertô” (terza e ultima parte) di Elena Canepa e Laura Canepa

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  1. Capisco che il reato di diserzione sia considerato molto grave in tempo di guerra, ma le ragioni che stanno dietro il rifiuto di combattere sono quanto di più umano e comprensibile possa esserci, soprattutto se si ha famiglia. La vostra storia è molto bella, e ben scritta, fa trepidare per la sorte dei protagonisti, anche la moglie poverina. Per fortuna è finita bene. Brave, come sempre.

      1. Scusate, non c’entra niente, ma ho dovuto ripubblicare l’articolo (non so perché mi dava degli errori), quindi il vostro “mi piace” è stato tolto per quello, se ve lo chiedeste… 😉

  2. 👏 brave ragazze, avete scritto un altro racconto davvero molto molto bello. Il protagonista l’ho trovato davvero molto coraggioso. Brave brave brave e spero che presto scriviate un nuovo racconto. 🙂

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