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“Giômìn o dizertô” (prima parte) di Elena Canepa e Laura Canepa
A dispetto di quanto si possa immaginare, scappare dal fronte non fu affatto difficile: ufficiali e soldati erano talmente presi dai loro compiti e dai loro pensieri che nessuno faceva caso a chi si allontanava un attimo per vuotare la vescica: d’altro canto tutti evitavano la latrina se potevano, poiché era una cloaca insana e maleodorante. Quindi per Giômìn fu semplice allontanarsi, ma non ci fu altro di semplice in quella fuga. Primo problema: i vestiti. Chiunque lo avesse visto con addosso la divisa lo avrebbe denunciato per diserzione e la punizione per la diserzione era la fucilazione. Si tolse la giacca, che era l’indumento più riconoscibile, e la nascose tra le radici di un albero. Anche i pantaloni non andavano bene, ma non poteva togliere pure quelli perché avrebbe attirato ancora di più l’attenzione.

Una volta che si fu allontanato abbastanza, decise di seguire un piccolo corso d’acqua che tagliava in perpendicolare la strada che stava percorrendo. Arrivò in prossimità di una cascina, ma aveva paura di farsi vedere. Ci pensò molto: magari quelle persone avrebbero potuto aiutarlo e indicargli la strada per Genova, avrebbero persino potuto dargli qualcosa da mangiare, magari uno di quei bei conigli che vedeva saltellare in giro. Aveva già l’acquolina in bocca, ma poi la paura vinse e lui proseguì oltre, ben lontano dalle abitazioni. Si tenne anche lontano dalle grandi strade, e faceva bene: molti soldati le percorrevano. Continuò così per alcuni giorni, ma era necessario trovare la direzione giusta per casa. L’occasione gli si presentò un mattino: stava percorrendo un sentiero di campagna, quando incontrò un vecchio con una cesta di pane sulle spalle. «Signore, buongiorno. Me lo da un po’ di quel buon pane?» incominciò.
«No, è per le mie figlie e i miei nipoti» rispose «ma quegli scarponi potrebbero servirmi» disse poi indicando i piedi di Giômìn . Il giovane non se la sentiva di rinunciare alle scarpe, era abituato a camminare scalzo, ma la strada che doveva ancora percorrere era troppa. Così lo scambio non avvenne. Giômìn però, facendo due chiacchiere, scoprì che poco distante scorreva un fiume. Seguendolo controcorrente sarebbe andato nella direzione di casa. Il vecchio concluse: «Il fiume si chiama Po, non puoi non trovarlo, è veramente grande». E così da quel momento Giômìn aveva un percorso da seguire.
Si mise subito in cammino come indicato dal vecchio, ma dopo parecchi passi del fiume non c’era traccia. Era preoccupato, forse quell’uomo lo aveva ingannato prendendosi gioco di lui. Oppure in quel lungo cammino lui aveva cambiato direzione senza rendersene conto. Era ormai buio quando finalmente incontrò il fiume. Giômìn non aveva mai visto niente del genere: era abituato ai torrenti, così numerosi nella sua terra natale, completamente asciutti in quel periodo; il Po, invece, era ricco d’acqua che scorreva placida, ma potente, verso il mare.
Il giovane decise di riposare un po’, era stanco e debole: mangiava troppo poco. Durante il suo cammino aveva mangiato qualche mela e qualche verdura che i contadini gli avevano regalato, ma era ben poca cosa visto il viaggio che doveva ancora affrontare.
Il giorno dopo, appena sveglio, si mise in cammino seguendo a ritroso l’immenso fiume. Lungo la strada incontrò molte persone, incuriosite dalla sua storia e dalla sua destinazione. Giômìn però non raccontò a nessuno cosa gli era accaduto. Un giorno incontrò un ragazzo come lui, con il suo stesso sguardo: quello di chi ha visto la morte ed è scampato. Entrambi capirono chi si erano trovati di fronte, un disertore, ma nessuno dei due ne fece parola. Chiacchierarono un po’ e quando giunse il momento di salutarsi il giovane sconosciuto diede a Giômìn qualche lira.
Giômìn non sapeva da dove provenissero quelle monete e non lo chiese, ma le accettò con riconoscenza.
Appena ne ebbe l’occasione le spese da un fornaio e comprò letteralmente un sacco di pane. Sperava che quel cibo potesse bastagli fino a casa, ma intanto mangiò avidamente tre pagnotte. Il viaggio continuò per quella che sembrava un’eternità, ma in realtà nel giro di due settimane raggiunse una località che aveva già sentito nominare: Casale Monferrato. Questo lo rincuorò molto, ma lo rincuorò ancora di più apprendere che avrebbe trovato la strada giusta per il mare, per casa.
Il pane era ormai finito quando giunse a Rossiglione, ma la sua meta era talmente vicina che non si fermò nemmeno per dormire. Anche con il buio sapeva qual era la strada di casa. Camminò spedito e venne il giorno, ma continuò a camminare incurante del dolore ai piedi e delle scarpe sfondate. Il sentiero che stava seguendo lo condusse sulla cima di una collina e da lontano scorse la sua cascina: era proprio sulla collina di fronte, a circa un’ora di cammino. Il sole era ancora alto nel cielo. Giunse alla conclusione che sarebbe stato più prudente aspettare il buio per fare rientro. Si nascose tra i cespugli, si mise il sacco del pane ormai vuoto sotto la testa, come fosse stato un cuscino, si rilassò completamente e si addormentò: ne aveva proprio bisogno.
Quando si ridestò era già buio, dalle finestre si intravedevano delle piccole e deboli luci di candela. Per fortuna il sentiero era lievemente illuminato dalla luna, così Giômìn si rimise in marcia, per quei luoghi che conosceva bene. Mentre camminava, continuava a guardarsi attorno per non imbattersi in qualcuno che avrebbe potuto riconoscerlo. Cammina cammina ecco che, girato l’angolo… la sua meta! Che gioia!
CONTINUA…
“Giômìn o dizertô” (terza ed ultima parte) di Elena Canepa e Laura Canepa
Giômìn o dizertô: Copyright © Elena Canepa e Laura Canepa – Tutti i diritti riservati
Bella la descrizione del viaggio, le difficoltà e gli incontri. Brave, come sempre.
Grazie mille!😊😊
Un viaggio a dir poco travagliato… 🙁
Eh già!😣
La parte del viaggio è un film complimenti ragazze
Grazie mille!😊
prego
Altri tempi, oggi ti nascondi per fare due passi senza essere visto.
Già, tutt’altra situazione…