Ciao a tutti! Sono Laura, di nuovo alle prese con una lettura junior che arriva come arrivano certi ritorni inattesi, senza clamore ma con una precisione emotiva quasi sospetta, perché “Matilde” di Roald Dahl non è solo un libro “per ragazzi”, è una di quelle storie che continuano a esistere in parallelo alla mia memoria pronta a verificare se sono cambiata oppure no.
“Matilde”, pubblicato nel 1988, porta un nome che ha una genealogia antica e sorprendentemente coerente con il personaggio, perché deriva da una radice germanica che significa “forte”. E questa forza non è mai fisica, non è mai urlata, ma è tutta concentrata nella testa, nel pensiero, nella capacità di vedere prima e meglio degli altri; una forma di potere silenzioso che Dahl sembra voler difendere con ostinazione lungo tutto il romanzo.

Le illustrazioni sono quelle di Quentin Blake, presenza costante nell’universo dahliano e, per quanto io personalmente continui a trovarle respingenti, quasi caricaturali fino alla crudeltà, riconosco che funzionano come una seconda voce narrativa, una lente deformante che amplifica l’eccesso morale dei personaggi adulti, rendendoli grotteschi prima ancora che cattivi.
L’edizione che ho letto appartiene a una collana pensata chiaramente per accompagnare i bambini anche fuori dal testo narrativo, con attenzione alla trama, alle note sull’autore, a quegli elementi “secondari” che secondari non sono mai davvero, perché costruiscono un primo sguardo critico sulla letteratura. Questo è perfettamente coerente con una protagonista che legge in modo famelico, vorace, disordinato e al tempo stesso rigoroso. Non è un dettaglio ornamentale il lungo elenco di libri che Matilde divora, perché Dahl sceglie con cura i titoli, e non a caso compaiono “Il giardino segreto” di Frances Hodgson Burnett e “Grandi speranze” di Dickens, insieme a una vera e propria mappa dei classici inglesi, come se la formazione di Matilde fosse anche una dichiarazione di poetica, un’idea molto chiara di cosa significhi crescere leggendo.
La trasposizione cinematografica, che conosco quasi a memoria e che continua a piacermi senza riserve, si rivela sorprendentemente fedele al testo, al di là della traduzione dei nomi. Leggere il libro dopo aver interiorizzato il film è un’esperienza curiosa perché ci si accorge che molti dialoghi sono identici, come se il film non avesse mai davvero tradito il libro, ma lo avesse semplicemente fissato in un’altra forma. Il contenuto resta quello di una storia intelligente e sveglia, ma anche profondamente ambigua, perché Matilde non è una santa, non è una bambina “buona” nel senso addomesticato del termine: è consapevole della propria superiorità intellettuale e la usa anche in modo poco nobile, vendicandosi, punzecchiando, infliggendo piccole punizioni che lei stessa giustifica come necessarie per sopportare la stupidità degli adulti senza impazzire, pur sapendo benissimo che è troppo sperare che queste azioni possano servire da lezione per il futuro.
La televisione, che nella famiglia Delverme (nomen loquens) è una sorta di panacea universale, diventa il simbolo di una falsa cultura, di un relax che anestetizza, di uno status symbol povero ma ostentato, mentre Matilde sa di non essere stupida e soffre proprio perché tutti insistono nel trattarla come tale; questa consapevolezza precoce della propria intelligenza è una lama a doppio taglio. Dahl lo dice chiaramente quando scrive che l’unico potere che Matilde poteva esercitare sui membri della sua famiglia era quello dell’intelligenza e questa frase è come una piccola dichiarazione filosofica sul cervello umano, su quanto sia sorprendente e, se non coltivato, uno spreco, come suggerisce quel proverbio che mi torna alla mente inevitabilmente durante la lettura.
Le figure adulte sono quasi tutte negative, e non per distrazione o semplificazione narrativa, ma per una scelta precisa: i genitori sono stupidi e ciechi davanti alle capacità della figlia, non si voltano nemmeno a guardarla quando la abbandonano definitivamente, la direttrice Spezzaindue incarna una crudeltà sistemica che si esercita soprattutto sui bambini.
La maestra Dolcemiele, nemmeno lei è salva perché è buona, ma buona fino alla debolezza: è remissiva, incapace di ottenere ciò che le spetta senza l’intervento di una bambina e di un prodigio. Anche la sua casetta – che nel film appare come un’oasi di pace – nel libro è descritta come un rifugio povero e dimesso come a ricordare che la bontà non è mai automaticamente premiata.
Il potere di Matilde, spiegato come una sorta di esternalizzazione di capacità intellettive non sufficientemente stimolate, è una trovata narrativa che oggi potremmo leggere con occhi diversi, forse come una metafora estrema di ciò che accade quando l’intelligenza non trova spazio.
Persino le opinioni letterarie diventano un terreno di scontro, con Dahl che ironizza su Tolkien e su “Il leone, la strega e l’armadio” di C.S. Lewis, giudicati non divertenti, ribadendo l’idea che i bambini non sono seri come gli adulti e proprio per questo ridono più volentieri, capiscono più in fretta e sentono senza filtri.
Dickens viene citato più volte come modello di scrittore capace di divertire e intrattenere, un faro dichiarato per Dahl stesso.
La voce narrante è esterna, onnisciente e dichiaratamente presente; lo stile resta schietto, a tratti irriverente, perfettamente in linea con le altre opere dell’autore.
Il racconto è ambientato in un piccolo villaggio inglese contemporaneo, riconoscibile ma mai troppo dettagliato, come se il vero spazio del romanzo fosse la mente della protagonista più che il mondo esterno.
Arrivare alla conclusione di “Matilde” è stato come ricevere una forma di conforto, perché la storia non ha intaccato il ricordo che ne avevo, non lo ha smentito né corretto, ma lo ha semplicemente riattivato, riportando con sé non solo la trama, ma i momenti felici di quando imparavo a memoria le battute del film, dimostrando che alcune letture non servono a scoprire qualcosa di nuovo, ma a riconoscere ciò che, in fondo, non abbiamo mai smesso di essere.
Laura
In effetti Matilde può essere davvero una metafora della neurodivergenza, in particolare dell’Alto Potenziale Cognitivo, l’ho sentito dire più volte