Ciao amici, sono sempre io, Laura, con le mie considerazioni su Notre-Dame de Paris di Victor Hugo. Oggi voglio parlare di amore.
In “Notre-Dame de Paris” l’amore non è mai un sentimento privato, né un’esperienza intima che appartiene davvero a chi la prova. È una forza che invade, che altera, che espone. Victor Hugo lo tratta come una corrente che attraversa i corpi e li trascina, indipendentemente dalla loro volontà. All’ombra della cattedrale che assiste, l’amore prende forme diverse e spesso incompatibili, diventando il vero motore della tragedia. Non c’è un amore giusto contrapposto a uno sbagliato, ma una serie di declinazioni dello stesso impulso che, a seconda di chi lo incarna, può trasformarsi in protezione, violenza, illusione o sacrificio.
Claude Frollo è il personaggio in cui questa forza si manifesta nella sua forma più oscura. Il suo amore non nasce come sentimento, ma è una crisi. Prima di Esmeralda, la sua vita è interamente votata allo studio, alla disciplina, alla convinzione che la conoscenza possa dominare ogni cosa, persino il corpo. La sua rinuncia non è solo religiosa, è anche intellettuale, quasi superba. Quando afferma che la scienza era per lui tutto, che era una sorella ed era sufficiente, sta dichiarando una chiusura radicale ai legami amorosi. L’irruzione di Esmeralda spezza questa convinzione. La sua danza non solo lo seduce, lo destabilizza. In lei Frollo non vede solo un corpo desiderabile, ma la prova vivente che ciò che è stato represso non è scomparso, si è solo naecosto. Il suo amore diventa immediatamente dolore, possesso, furia. Quando parla del suo sentimento come di un fuoco, di piombo fuso, di coltelli nel cuore, non sta usando metafore eccessive, sta descrivendo una percezione fisica del desiderio come tortura. Frollo ama, ma vuole annientare l’oggetto amato pur di non perderlo.
All’estremo opposto si colloca Quasimodo, il cui amore nasce non dal desiderio ma dalla gratitudine. La sua vita, prima dell’incontro con Esmeralda, è una vita solitaria. La cattedrale è il suo mondo, le campane la sua lingua, la pietra la sua unica compagnia. Quando Esmeralda gli offre da bere alla gogna, compie un gesto che per chiunque altro sarebbe minimo, ma per lui equivale a una benedizione. Da quell’atto di pietà si apre uno mondo che Quasimodo non sapeva esistesse. Il suo amore non chiede di essere ricambiato e non cerca riconoscimento, è fatto di atti concreti, di protezione silenziosa, di gratitudine. Quando salva Esmeralda dal patibolo gridando «Asilo!», non compie un gesto eroico in senso tradizionale, ma segue una legge diversa, che non ha nulla a che vedere con la giustizia degli uomini. Anche quando la custodisce nella torre, lo fa tenendosi a distanza, consapevole della propria mostruosità. Sa di non poter essere amato, e non lo pretende. Il suo amore esiste nonostante questa consapevolezza e questo lo rende sincero ma più penoso.
Phoebus de Châteaupers rappresenta invece l’amore come una superficie, privo di profondità. È un personaggio che vive di riflessi, di bellezze, di nomi altisonanti. Il suo sentimento per Esmeralda non supera mai la soglia del desiderio carnale effimero. La vede come un diversivo, un’avventura, un corpo esotico da possedere senza conseguenze. Anche il suo linguaggio, quando si spoglia della convenzione aristocratica, rivela una volgarità compiaciuta e una totale assenza di responsabilità. Dopo essere stato ferito, la sua preoccupazione non è per la sorte della ragazza, ma per la propria reputazione. La dimentica con facilità, ritorna alla normalità del suo fidanzamento come se nulla fosse accaduto. In lui l’amore non lascia tracce, non produce memoria, non modifica il corso delle cose. È un sentimento passa, senza impegnare.
Esmeralda, al contrario, ama in modo assoluto. Il suo amore per Phoebus non è rivolto all’uomo, ma all’immagine che ne ha costruito. È un amore infantile, idealizzato. Il nome stesso di Phoebus, il sole, diventa per lei una promessa. Non conosce il capitano, lo venera. Anche quando viene abbandonata, accusata, condannata, il suo pensiero resta ancorato a lui. Di fronte a Frollo, nella cella, continua a invocarlo, incapace di spostare il proprio sguardo dalla figura che ha eletto a salvezza.
Infine c’è Paquette la Chantefleurie, in cui l’amore assume la forma più primitiva. Il suo sentimento materno è una forza che trascende da ogni costruzione sociale. Per quindici anni il dolore per la figlia perduta si è trasformato in odio, in una reclusione che è insieme punizione e culto. La scarpetta conservata come reliquia è l’unico legame con un passato che non può elaborare. Quando scopre che Esmeralda è la figlia rapita, questo amore sepolto riemerge con violenza. Non c’è gradualità perché in un istante l’odio si dissolve e resta solo l’istinto di protezione. Il suo sacrificio finale nella lotta disperata contro i soldati con la morte aggrappata al corpo della figlia mostra un amore che non conosce misura; un sentimento che non distingue il bene dal male, ma solo ciò che deve essere difeso a ogni costo.
Tutte queste forme di amore si consumano sotto lo sguardo immobile della cattedrale. Notre-Dame non interviene, non giudica, non salva. È il luogo in cui questi sentimenti si manifestano, si scontrano, falliscono. È un libro di pietra su cui si incidono le passioni umane, destinate a svanire, mentre la struttura resta. Hugo non oppone l’amore alla fatalità, ma mostra come l’amore stesso ne sia una delle espressioni più potenti. In “Notre-Dame de Paris” l’amore non libera, non redime, non consola. Spesso è più di quanto gli esseri umani possano sopportare.
Laura
Il Febo originale è terribile, meglio la versione Disney. Poi Fiordaliso che si accanisce su una ragazzina quando è il futuro sposo che l’ha tradita è anche peggio di lui
Sì, Febo è veramente un personaggio brutto. Zero valori, solo istinti, nessuna coerenza
La canzone di Fiordaliso nel musical è ovviamente bellissima, ma lei è veramente insopportabile come personaggio