Ciao a tutti, sono Laura e ho letto “L’anima dei mostri” di Clare Clark il cui titolo originale, “The Nature of Monsters”, apre subito una fenditura semantica. L’edizione italiana sceglie di essere più audace perché “natura” e “anima” non sono sinonimi, la natura rimanda a ciò che è intrinseco, biologico o istintuale; mentre l’anima implica una coscienza, una responsabilità morale e forse persino una scelta. Chiamare in causa l’anima significa suggerire che il mostruoso non sia solo una condizione, ma un atto reiterato e volontario. Nel romanzo questa distinzione pesa, perché se la natura può essere comune a tutti i simili, l’anima è sempre individuale e dunque imputabile.
Siamo all’inizio del Settecento, ma il prologo affonda nel 1666, l’anno del grande incendio di Londra, quando la città brucia e si ricostruisce senza neanche riuscire a liberarsi del tutto della peste.
L’autrice approfitta di questo sfondo per restituire una quotidianità divisa tra scienza nascente e superstizione.
Le fonti ci sono, ma ciò che conta non è la ricostruzione filologica, bensì l’atmosfera di sperimentazione senza scrupoli e di curiosità medica che scivola facilmente nella crudeltà.

La voce narrante è quella di una donna impiegata in casa di due coniugi speziali. All’esterno appaiono rispettabili, pienamente integrati nella parte “buona” della società; all’interno coltivano un’anima mostruosa. Lui, dipendente dall’oppio, lei ossessionata dai corpi deformi, dai feti, da ciò che devia dalla norma.
Non c’è pietà nel loro sguardo, solo un’avidità conoscitiva che si traveste da progresso e qui il romanzo intercetta il tema del freakshow e del “fenomeno da baraccone”. L’espressione nasce da una attrazione per lo “strano”, ma nel tempo si carica di disgusto e di disprezzo. Non di pietà. Il mostro esibito serve a confermare la normalità di chi guarda, a ribadire una gerarchia. Penso alla zitella ricca de “Il giardino d’oro” di McDowell, circondata da domestiche deformi come da una collezione vivente: la loro presenza diventava una sorta di vittoria morale, una prova costante della propria superiorità. La finta generosità è solo un’altra forma di dominio.
E penso anche a Quasimodo, non come personaggio, ma come paradigma il cui corpo deformato è superficie su cui proiettare paure, rabbia e superstizioni. Nel Seicento e nel Settecento la deformità è viata come segno del demonio o come punizione divina; oggi la ghettizzazione c’è ancora anche se nascosta sotto forme più educate, più linguisticamente corrette, ma il preconcetto resta.
Interessante è anche il confronto tra le cure tradizionali, fatte di erbe e rituali, e le pratiche “moderne” dei due farmacisti. In entrambi i casi il confine tra guarigione e suggestione è sottile. Il placebo non è solo un effetto collaterale, ma una componente strutturale della cura, allora come oggi. La scienza che si crede onnipotente non è meno pericolosa della superstizione quando perde il senso del limite.
La religione attraversa il romanzo come un’ombra pesante. Dio è trattato come un dominatore, una presenza che giustifica la violenza più che arginarla. In questo contesto risuona con forza la rilettura del “porgi l’altra guancia”, non come gesto remissivo, ma come atto di sfida:rifiutarsi di mostrare il dolore diventa un modo per negare al violento la sua ricompensa. La domanda resta sospesa: lo scopo della violenza è infliggere il male o assistere ai suoi effetti? La conclusione è una discesa definitiva nell’oscurità.
Le cinque ghinee pagate per la protagonista, fasciate come un cadavere nel sudario, la compravendita del corpo “come una negra”, il ghigno avido della madre: tutto converge verso un’idea di sopravvivenza che passa attraverso l’umiliazione interiorizzata. Essere “impeccabile”, umile, riconoscente per una fortuna non meritata. Anche il matrimonio, con il rituale anglosassone della scopa da saltare tenendosi per mano, non è liberazione ma passaggio di proprietà, come in “La vita di Belle” di Kathleen Grissom.
Lo stile di Clare Clark è coerente con questo universo. Il ritmo è incalzante, ma la scrittura non rinuncia alla densità. Le descrizioni sono carnali, spesso disturbanti, cariche di metafore e similitudini che non addolciscono nulla. L’intento gotico è chiarissimo e funziona. Il romanzo è lungo, ma non pedante. Le pratiche mediche del XVIII secolo, dalle dissezioni di animali vivi agli esperimenti sui feti, riescono davvero a far rabbrividire.
Il titolo italiano trova la sua ragione più profonda: non esistono mostri senza coscienza, ma esistono società intere che scelgono di non averne.
Laura
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