“Cime tempestose” di Emily Brontë: la nuova moda di leggere soltanto i dialoghi

Ciao a tutti, oggi sono Laura indignata, una versione di me che spunta fuori spesso ultimamente. Adesso però voglio dar voce (o bit?) al mio sdegno.

Anche se non rientra tra i romanzi della letteratura inglese che sento più affini al mio gusto personale, “Cime tempestose” resta un libro che chiede una lettura integrale, non selettiva, non di solo piacere. È un testo che si difende da solo contro l’idea, oggi molto diffusa soprattutto in certi circuiti di divulgazione rapida come i BookTok, che basti isolare i dialoghi più accesi o le frasi più citabili per “averlo capito”. In Emily Brontë il dialogo non è mai autosufficiente, non funziona come battuta memorabile da estrarre e consumare fuori contesto perché è immerso in una materia narrativa fatta di silenzi, di tempi morti, di descrizioni che non servono a decorare ma a deformare lentamente la percezione del lettore.

Leggere “Cime tempestose” per intero fa capire che il valore del romanzo passa attraverso zone apparentemente opache, attraverso capitoli in cui sembra non accadere nulla di clamoroso e invece si sta palesando il tono morale del romanzo, quella pressione costante che rende i personaggi incapaci di sfuggire a se stessi. Ridurre l’esperienza ai soli scambi verbali tra Heathcliff e Catherine equivale a trasformare un universo complesso in una raccolta di citazioni, perdendo proprio ciò che rende il libro ancora attuale: il modo in cui la violenza, il risentimento e l’amore deformato si infiltrano negli spazi, nei gesti quotidiani, nel paesaggio e nel ritmo stesso della narrazione.



Anche da lettrice che non considera “Cime tempestose” un romanzo “del cuore”, resta evidente quanto sia ingiusto e fuorviante aderire alla lettura parziale suggerita da certa divulgazione contemporanea che tende a semplificare testi difficili per renderli immediatamente consumabili. Emily Brontë non scrive per compiacere né per offrire frasi da sottolineare in serie, scrive un mondo chiuso, aspro, che funziona solo se attraversato dall’inizio alla fine, con tutte le sue ripetizioni, le sue lentezze apparenti, le sue voci narranti inaffidabili. È in questo percorso completo che il romanzo rivela la sua vera modernità, non come storia d’amore estrema, ma come riflessione implacabile su ciò che accade quando l’identità individuale viene schiacciata da classe, genere, educazione e rancore.

Limitarsi ai dialoghi significa anche perdere il senso della seconda generazione, che per Emily Brontë non è un’appendice rassicurante ma l’unica possibilità di spezzare un ciclo di distruzione che altrimenti resterebbe eterno. La relazione tra Hareton e la giovane Catherine non funziona come contraltare romantico, ma come lenta ricostruzione di un linguaggio, di una capacità di comprendersi che passa attraverso l’istruzione, la pazienza e la rinuncia alla vendetta. Tutto questo non è affidato a frasi memorabili, ma a una progressione narrativa che richiede attenzione e continuità.

“Cime tempestose” risulta scomodo non perché sia difficile in senso tecnico, ma perché rifiuta la lettura frammentaria, rifiuta l’idea che un libro possa essere ridotto a un’estetica o a un trope. Anche quando non lo si ama, anche quando lo si legge con distanza critica, resta un romanzo che chiede rispetto, tempo e disponibilità; non è consentito scegliere solo le parti che confermano ciò che già pensiamo, è necessario restare dentro il testo fino in fondo, lasciando che sia lui, lentamente, a mettere in crisi il nostro sguardo.

Laura

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