“La lunga marcia” di Stephen King (scritto come Richard Bachman)

Ho scoperto “La lunga marcia” in un angolo polveroso di una libreria, tra titoli più noti di King, e subito il titolo mi ha colpito: evocativo, semplice, ma con un’eco inquietante. Pubblicato nel 1979 sotto lo pseudonimo Richard Bachman, questo romanzo rappresenta uno dei momenti più sperimentali e disturbanti dell’autore, lontano dai fantasmi e dalle case stregate, ma vicino a un terrore più sottile e psicologico: quello del corpo, della mente e della società compressi in una macchina spietata di competizione.

Non l’ho acquistato, ma quel titolo e quella trama da distopico young adult (prima che diventassero di moda) mi erano rimasti in testa. E quindi ho preso su due piedi l’ebook.



La trama è semplice da descrivere ma impossibile da dimenticare: cento ragazzi partecipano a una gara di resistenza mortale, dove l’unico obiettivo è camminare senza fermarsi. Fermarsi significa la morte e ogni passo è scandito da un controllo rigoroso e opprimente. King/Bachman ci immerge in una spirale di tensione che cresce pagina dopo pagina, mentre il confine tra sopravvivenza fisica e psichica si assottiglia sempre di più.

Ciò che rende “La lunga marcia” memorabile non è tanto l’azione – per quanto intensa – ma la costruzione dei personaggi. Ogni partecipante è delineato con pochi tratti essenziali ma incisivi, rendendo il lettore testimone di fragilità, follia e solidarietà che emergono solo sotto pressione estrema. In particolare, il protagonista Ray Garraty diventa uno specchio della nostra resistenza interiore: il suo dialogo costante con la propria mente ci costringe a riflettere sul senso del sacrificio, della competizione e della ribellione contro un sistema che non lascia scampo.

L’atmosfera è cupa e claustrofobica, quasi da distopia anticipatrice: il mondo esterno non è descritto nei dettagli, ma la sua presenza è percepita come un giudice silenzioso, pronto a punire la debolezza. Questo isolamento forzato accentua l’angoscia psicologica, rendendo la marcia non solo un percorso fisico ma un viaggio metaforico nel cuore dell’essere umano di fronte alla sopravvivenza.

È interessante notare come King abbia scelto di pubblicare il romanzo sotto pseudonimo. Richard Bachman permette al lettore di scoprire un lato più sperimentale e duro dello scrittore, quasi un laboratorio di inquietudine dove la brutalità del concetto si fonde con una straordinaria capacità narrativa. La lunga marcia non è un semplice thriller; è una meditazione sulla resistenza, sull’obbedienza e sulla follia collettiva, e anticipa molte delle distopie contemporanee in cui la competizione diventa un gioco mortale.

In conclusione, “La lunga marcia” resta un romanzo capace di colpire, turbare e far riflettere. Non è il King delle case infestate o dei clown assassini, ma è il King che osserva l’uomo alla prova, senza filtri, e ci invita a chiederci: fino a che punto saremmo disposti a camminare senza fermarci?

Laura

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