“Elizabeth. Romanzo dell’innaturale” di Ken Greenhall

Ciao a tutti, sono Laura e oggi vi parlo di “Elizabeth. Romanzo dell’innaturale” di Ken Greenhall che ho incontrato grazie alla recente riproposta di Adelphi, quasi cinquant’anni dopo la sua prima pubblicazione, ma l’ho trovato attuale nel modo più sconcertante possibile. Non è un horror da leggere per farsi spaventare, ma un libro che lavora lentamente, insinuando piano e senza lasciare via di fuga.

La prima cosa che colpisce è la voce narrante, perché “Elizabeth” non comincia davvero quando iniziano gli eventi, ma quando la protagonista decide di rivolgersi direttamente al lettore, con una domanda apparentemente innocua sugli specchi che in realtà è già una trappola. Elizabeth Cuttner ha quattordici anni e racconta in prima persona con una calma che disarma, una calma che diventa subito inquietante quando confessa, senza enfasi e senza giustificazioni, di aver ucciso i propri genitori. Non c’è trauma, non c’è senso di colpa e non c’è il bisogno di essere capita, c’è solo una constatazione dei fatti che stabilisce immediatamente la regola fondamentale del romanzo: questa voce non è affidabile sul piano morale, ma è lucidissima sul piano narrativo.
Greenhall costruisce uno dei ritratti adolescenziali più grotteschi della letteratura del Novecento, non perché Elizabeth sia posseduta o corrotta, ma perché appare fin dall’inizio perfettamente a suo agio con il male, come se fosse una componente naturale della sua identità.



Il soprannaturale entra nella storia in modo graduale e quasi discreto, senza esplosioni improvvise, attraverso dettagli che sembrano inizialmente marginali e che invece si rivelano strutturali. Lo chalet sul Lake George, luogo dell’infanzia e del primo distacco dalla famiglia, non è solo uno spazio isolato nella natura, ma un vero punto di rottura, il luogo in cui Elizabeth entra in contatto con Frances, l’entità che le parla dallo specchio e che si presenta non come una minaccia, ma come un’antenata e una guida. Quando Frances le dice «Sono venuta a offrirti dei poteri. Accetti?», la domanda sembra già retorica perché Elizabeth non esita, ma accetta come qualcosa che riconosce già come proprio.

Da quel momento in poi il romanzo diventa una riflessione spietata sull’eredità, non solo quella soprannaturale, ma quella familiare e simbolica. Il trasferimento a New York, nella casa della nonna al 46 di Coenties Slip, sposta l’azione in un ambiente urbano che però conserva lo stesso isolamento dello chalet, un’isola anacronistica circondata dai grattacieli del distretto finanziario, vuota di notte, silenziosa e senza testimoni. È una casa piena di specchi, ventitré, come se ogni stanza custodisse una possibilità di riflessione e di sdoppiamento, come se l’identità stessa fosse qualcosa di moltiplicabile, trasmissibile, instabile. Lo specchio in “Elizabeth” non è mai un oggetto neutro, ma un portale per le presenze femminili che attraversano il tempo.

Il legame con la storia delle streghe dell’Essex, evocato attraverso racconti, documenti e allusioni, radica il soprannaturale in un contesto storico preciso, togliendogli ogni aura di fantasia. Frances non è un fantasma generico, ma una donna realmente esistita, perseguitata e condannata, appartenente a una stirpe che ha trasmesso il proprio sapere di generazione in generazione.

Un altro aspetto del romanzo è il modo in cui Elizabeth vive e utilizza la propria femminilità. Non c’è ingenuità né scoperta progressiva, ma una consapevolezza precoce del potere che esercita sugli uomini e che sfrutta senza scrupoli. La relazione con lo zio James, che lei definisce senza esitazioni «il mio amante», non viene mai raccontata come un abuso subito, ma come una dinamica di controllo in cui Elizabeth è perfettamente cosciente della propria posizione. Questo rovesciamento continuo delle aspettative morali rende la lettura scomoda perché costringe a confrontarsi con una protagonista che non chiede assoluzione e non cerca empatia.

La prosa di Greenhall è caratterizzata da una freddezza disarmante che crea distanza emotiva e amplifica l’orrore invece di attenuarlo. Il gelo che attraversa il lettore non nasce dall’evento in sé, ma dalla naturalezza con cui viene normalizzato il male ed è questo che rende “Elizabeth” un romanzo profondamente inquietante, più vicino a una disamina psicologica che a un racconto horror tradizionale.

Alla fine della lettura, resta la sensazione che Greenhall non stia raccontando una perdita dell’innocenza, ma la sua assenza originaria. Quindi è un libro che non consiglio a chi cerca una storia di paura nel senso più immediato del termine, ma a chi è disposto a confrontarsi con un horror psicologico sottile e intelligente che lavora sulla percezione, sull’identità e sull’eredità come condanna e come scelta.

Mi piacerebbe sapere come lo avete letto voi: la voce di Elizabeth vi ha respinti o catturati? Avete provato disagio o fascinazione?

Laura

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