Scegliere un libro e scrivere un libro

Scegliere un libro non è mai un gesto neutro, ma un patto di fiducia carico di senso. Prima ancora di leggere una riga, si accetta di affidarsi a una voce, concedendole tempo e disponibilità emotiva come si farebbe con un ospite a cui si apre la porta di casa. In quell’istante si compie un atto profondo: si accetta l’idea di essere guidati lungo un percorso che non si controlla e che può mettere a disagio, ferire o sorprendere.

Non è una questione di trama o reputazione, poiché entrano in gioco fattori sottili: il momento della vita in cui avviene la scelta, la stanchezza o la speranza che si portano addosso. Lo stesso libro, letto in fasi diverse dell’esistenza, si trasforma in un oggetto differente perché è il lettore a essere cambiato. C’è sempre una componente di rischio nell’affidarsi a una voce, accettando che non tutto sarà all’altezza delle aspettative.

La lettura, tuttavia, non è mai un atto passivo. Chi legge è chiamato a interpretare e dialogare con l’autore in un confronto asimmetrico ma vibrante. Quando il patto viene tradito, la delusione è intensa perché riguarda il valore dell’attenzione concessa; quando invece il legame si rafforza, nasce una gratitudine rara: la sensazione di essere compresi e di veder ordinati i propri pensieri da qualcuno che nulla sapeva del destinatario del suo scritto.

Si ricordano con precisione certi inizi perché non sono stati semplici consumi culturali, ma atti di esposizione intima. Ogni libro aperto è una soglia e attraversarla significa accettare che qualcosa possa cambiare. Il resto lo si scopre solo andando avanti, senza poter tornare davvero indietro. Resta però una consolazione: un libro si può abbandonare, rileggere o rivalutare; la vita, invece, scotta senza soluzione.

Scrivere un libro è, simmetricamente, un atto di esposizione e una richiesta di ospitalità. Per l’autore, pubblicare non è un gesto neutro, ma l’offerta di un patto di fiducia che precede il testo stesso: è il momento in cui si accetta di consegnare la propria voce al silenzio dell’altro, sperando che qualcuno decida di aprirle la porta.

In quell’istante iniziale si compie un atto di estrema vulnerabilità. Scrivere significa accettare l’idea di non avere più il controllo sul proprio percorso e lasciarsi giudicare da uno sconosciuto che potrà sentirsi a disagio, annoiarsi o restare ferito. Non è solo una sfida stilistica o narrativa, ma una richiesta di vicinanza: l’autore scommette sulla sensibilità di chi legge, pur sapendo che il libro verrà filtrato dal momento vitale, dalle stanchezze o dalle speranze di chi lo tiene tra le mani.

Si scrive con la consapevolezza che il proprio lavoro cambierà natura a seconda dello sguardo che lo incontra. C’è sempre una componente di rischio nell’esporsi, il timore che la propria voce non sia all’altezza delle attese o che il messaggio venga distorto. Eppure, l’autore sa che la scrittura non è un atto solitario, ma l’invito a un confronto asimmetrico in cui si concede al lettore il diritto di interpretare, dissentire o persino ribellarsi.

Quando il patto viene tradito e la voce dell’autore non trova comprensione, si avverte il peso di un’occasione perduta; quando invece il patto regge, nasce quel miracolo dell’incontro in cui chi scrive riesce a dare ordine ai pensieri di uno sconosciuto. Si curano con precisione le prime pagine proprio perché rappresentano l’offerta di una soglia: l’autore invita ad attraversarla sapendo che, da quel momento in poi, non si potrà più tornare davvero indietro.

Resta, infine, la consapevolezza del limite: l’autore può essere abbandonato o giudicato, ma la vita, a differenza della critica, non permette correzioni e continua a scottare senza tregua.

Laura

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