“Il cacciatore di aquiloni” di Khaled Hosseini

Ciao a tutti, sono Laura! Oggi vi parlo di un libro che ha recentemente fatto il suo ingresso nella mia libreria, non attraverso i soliti canali, ma grazie alla premura di Elena. Le avevo espresso il desiderio di leggere “Il cacciatore di aquiloni” di Khaled Hosseini, un titolo di cui avevo sentito parlare molto, e lei, con la sua solita attenzione, è riuscita a scovare una copia in ottime condizioni al mercatino dell’usato. Un piccolo tesoro ritrovato, pronto per essere scoperto.

Solitamente, quando mi approccio a un libro, la mia intenzione è quella di immergermi nella storia e poi condividere con voi le mie impressioni, magari attraverso una recensione più o meno canonica. Tuttavia, per “Il cacciatore di aquiloni”, sento l’esigenza di andare oltre. Come ho appuntato tra le mie riflessioni iniziali, il web è già ricco di recensioni e analisi di quest’opera. Ciò che mi preme condividere con voi è l’effetto che questa lettura ha avuto su di me, il modo in cui mi ha interrogato e, forse, anche deluso riguardo ad alcune sfaccettature dell’animo umano.

AVVERTENZA: contiene SPOILER.

Fin dalle prime pagine, ho cercato di analizzare lo stile narrativo di Hosseini. L’ho trovato a tratti lento, descrittivo nel dipingere le atmosfere e i paesaggi afghani, ma anche profondamente riflessivo, quasi un monologo interiore che ci conduce attraverso i pensieri e le emozioni del protagonista. La scelta della prima persona ci lega indissolubilmente al suo punto di vista, anche quando questo si fa scomodo e moralmente discutibile. Ho notato anche l’uso di anticipazioni e, in alcuni momenti, la chiara indicazione che il narratore avesse già ben nota l’intera storia.

Ma veniamo al cuore del racconto, ai personaggi che l’hanno popolata e che hanno suscitato in me reazioni così intense. In particolare, la figura di Amir mi ha profondamente irritato. L’ho trovato, senza mezzi termini, vigliacco, colpevole e infame. La sua inettitudine e la sua incapacità di agire con onore, soprattutto nei confronti di Hassan, mi hanno lasciato un senso di frustrazione difficile da scrollare di dosso.

Hassan. Ecco un personaggio che, al contrario, mi ha toccato profondamente. L’ho percepito come “troppo buono”, una figura di lealtà incrollabile che strideva con l’inettitudine di Amir. La sua devozione, fin dalla tenera età, verso un padrone che non meritava la sua fedeltà, mi ha lasciato un senso di ingiustizia.



Anche la figura di Baba è stata complessa. Inizialmente, la sua immagine di uomo di successo e forse un po’ vanaglorioso nella sua posizione di rilievo a Kabul mi lasciava scettica nei suoi confronti. In America ho poi riconosciuto la sua accettazione umile del destino operaio. Fuori da ogni dubbio c’è sempre stata la fermezza dei suoi valori, soprattutto nel suo legame sincero con Ali e nell’episodio con il russo al confine con il Pakistan (si sarebbe fatto uccidere veramente per proteggere la donna dalle molestie): in quei momenti, ho visto un uomo integro, degno di rispetto a prescindere dagli sbagli del passato (a cui comunque ha cercato di porre sempre rimedio, nei limiti di quanto la società afgana potesse accettare).

Il contrasto tra Soraya e Amir, che ho accostato all’aneddoto della serva Ziba e Hassan, mi ha fatto riflettere sulle dinamiche di potere e sulle ingiustizie sociali che permeano la narrazione. (Soraya usava la sua istruzione per aiutare ed elevare la cultura della sua serva Ziba e si rallegrava dei progressi di lei, mentre Amir ha sempre usato la sua maggior conoscenza per prendersi gioco di Hassan inventandosi ciò che leggeva e per deriderlo quando non conosceva qualche termine).

Verso la fine del libro, ho percepito il ritorno di Amir in Afghanistan come un tentativo di redenzione. Tuttavia, personalmente, sento di poter dire che per me fallisce. Forse è un giudizio severo, ma la sua inferiorità e mediocrità rispetto alla purezza d’animo di Hassan e del figlio Saheb emergono, a mio avviso, in modo ancora più lampante in questo frangente.

Soraya mi è apparsa come una figura buona e comprensiva, un raggio di luce nella complessità delle relazioni. Anche personaggi secondari come la guida mi hanno lasciato un’impressione positiva.

Un aspetto che, invece, non mi ha particolarmente colpito è stata la “questione” con Assef. Forse perché l’orrore da lui rappresentato, pur essendo significativo, non ha aggiunto un elemento di novità o di particolare risalto alla mia lettura complessiva.

In conclusione (per ora, perché le riflessioni su questo libro sono ancora in corso), “Il cacciatore di aquiloni” non è stata una lettura semplice. Mi ha messo di fronte a dinamiche umane complesse, a fragilità e meschinità, ma anche a momenti di inaspettata lealtà e sacrificio. Non so ancora se questa lettura mi abbia “arricchito” o “deluso” riguardo alla natura umana; forse entrambe le cose. Sicuramente, mi ha lasciato con molte domande e la necessità di continuare a metabolizzare questa storia potente e dolorosa.

Cosa ne pensate voi? Avete letto “Il cacciatore di aquiloni”? Quali sono state le vostre impressioni? Fatemelo sapere nei commenti!

Laura

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