Gli spettatori argolosi: dalla caccia alle streghe alle shitstorm. Il potere distruttivo della massa e l’assenza di una volontà edificante

Nella storia delle società umane c’è sempre un momento in cui il conflitto economico, politico o simbolico smette di presentarsi come tale e si traveste da questione morale, è il momento in cui l’accusa diventa più efficace dell’argomentazione e la condanna pubblica più rapida di qualsiasi forma di processo.
Nasce in questo contesto la definizione di spettatore argoloso, quello che non agisce direttamente ma che partecipa emotivamente e che si infiamma, ma rimanendo convinto della propria innocenza perché non tiene in mano né il bastone né la torcia, ma soltanto lo sguardo e le urla.

Se andiamo indietro nel tempo, la caccia alle streghe – che è stata letta a lungo come delirio superstizioso o come parentesi irrazionale della storia europea – mostra invece una struttura sorprendentemente razionale se osservata dal punto di vista dei rapporti di potere e della redistribuzione delle risorse. Dietro l’eliminazione delle presunte streghe si muovevano spesso interessi concreti legati al controllo delle terre, alla distruzione dei beni comuni, alla regolamentazione forzata del ruolo delle donne e del lavoro; si è legittimati quindi a pensare che l’accusa morale, religiosa o persino cosmologica, servisse a mascherare un processo di espropriazione che sarebbe stato altrimenti troppo evidente. In questo meccanismo, la folla non è un semplice strumento passivo, ma una componente necessaria, perché la violenza, per diventare legittima, ha bisogno di essere condivisa, applaudita, normalizzata. In questo modo il rogo non rimane un atto punitivo ma diventa una cerimonia pubblica in cui la comunità si unisce intorno all’eliminazione di un capro espiatorio.

Manzoni, nei Promessi sposi, coglie con lucidità questo nodo quando descrive la folla come “spettatrice argolosa”, una massa che non cerca la verità ma l’ebrezza e la soddisfazione immediata di vedere punito qualcuno, chiunque possa incarnare il male diffuso e senza volto che attraversa la società nei momenti di crisi, non importa chi. La vicenda degli untori nel periodo della peste come anche l’entusiasmo per le esecuzioni pubbliche – dai combattimenti gladiatori alla “santa” inquisizione – mostrano come l’indignazione collettiva diventi una forma di intrattenimento morale, un’esperienza condivisa che rafforza il senso di appartenenza a scapito della giustizia. La folla, in Manzoni, non è mai realmente sovrana, ma è convinta di esserlo proprio mentre esegue, amplifica e teatralizza una narrazione che le è stata fornita dall’alto, dimostrando come il potere più efficace non sia quello che ordina apertamente, ma quello che orienta l’odio.
Lo vediamo anche in Notre-Dame de Paris, la folla è un personaggio attivo, ma volubile e manovrabile.

Questo schema non appartiene solo al passato perché nel contemporaneo assistiamo a una sua riedizione tecnologicamente aggiornata dove la gogna non è più fisica ma mediatica e la piazza è sostituita dalle piattaforme digitali che accelerano, moltiplicano e enfatizzano il giudizio collettivo. Le shitstorm, le campagne di indignazione online, le accuse pubbliche lanciate e rilanciate (senza un processo di verifica proporzionato alla loro portata), funzionano secondo la stessa logica della caccia alle streghe: l’individuo viene ridotto a simbolo e la colpa viene data per scontata perché la soddisfazione bestiale della condanna è più forte del bisogno di comprendere.
Anche quando l’accusato viene successivamente dichiarato innocente, assolto o riabilitato, il danno è irreparabile perché la folla non segue il percorso della giustizia ma quello dell’eccitazione e l’assoluzione non produce lo stesso piacere narrativo della caduta.

Ciò che colpisce, osservando questa continuità storica, è l’assenza quasi totale di una volontà edificante nella massa che raramente si interroga su come riparare ciò che ha distrutto o su come restituire dignità e voce a chi è stato travolto, perché il suo compito, implicito e immutabile, non è costruire un ordine giusto, bensì scaricare la tensione, trovare un colpevole, ristabilire un’illusione di controllo.
La distruzione diventa così una pratica sociale accettata, talvolta persino celebrata, mentre la riabilitazione viene demandata a un tempo indefinito.

In questo senso, lo spettatore argoloso non è una figura da sottovalutare perché troppo diffusa: è il modo di stare al mondo che permette di partecipare alla violenza senza assumersene la responsabilità, di sentirsi moralmente dalla parte giusta mentre si contribuisce alla devastazione di una vita, di una reputazione, di una comunità.

La storia delle cacce alle streghe, delle inquisizioni, delle rivolte popolari e delle gogne mediatiche mostra con chiarezza che il problema non è l’esistenza del conflitto o del dissenso, ma la trasformazione sistematica della giustizia in spettacolo. Finché la massa continuerà a riconoscersi solo nel gesto distruttivo e non in quello riparativo, il ciclo della demonizzazione resterà intatto e pronto a riattivarsi ogni volta che il potere avrà bisogno di un fantoccio da incolpare e la folla di un’emozione inebriante.

Laura

Un pensiero riguardo “Gli spettatori argolosi: dalla caccia alle streghe alle shitstorm. Il potere distruttivo della massa e l’assenza di una volontà edificante

Aggiungi il tuo

Rispondi

Creato su WordPress.com.

Su ↑

Scopri di più da ◦ ღ ☼ Elena e Laura ☼ ღ ◦

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere