“Pomi d’ottone e manici di scopa” di Mary Norton

Ciao a tutti, sono Laura e oggi vi parlo di un libro per bambini e di una storia che per me sa di infanzia e di bei ricordi: “Pomi d’ottone e manici di scopa”.
Io l’ho conosciuta molto prima di scoprire l’esistenza del libro. Era una VHS registrata, con spezzoni incompleti di cartoni animati, film e pubblicità, ma questo con Angela Lansbury incarnava una magia rassicurante. Non sapevo che fosse un libro, né che fosse della stessa autrice di “Sotto il pavimento”, che da bambina avevo iniziato senza arrivare in fondo, pur sentendone tutto il fascino. E questa scoperta tardiva, adulta, ha portato con sé una domanda che torna spesso quando si rilegge ciò che ci ha formati: perché ciò che si vede (e si rivede) da bambini ci piace di più? È davvero migliore, o è semplicemente edulcorato dal ricordo, da una memoria che ha già deciso per noi?



La copertina dell’edizione che ho letto ricorda l’immagine iconica del film, il letto in volo vicino al Big Ben di Londra. All’interno non ci sono illustrazioni. La magia, qui, deve funzionare senza appoggi visivi.

Il contesto storico è una delle differenze più evidenti rispetto al film. Nel libro ci troviamo nell’Inghilterra di un tempo tranquillo mentre il film è nel pieno della Seconda guerra mondiale, il paese è teatro di una resistenza civile fatta di piccoli gesti, di ingegno quotidiano, di una guerriglia non eroica ma necessaria e la magia non è un’evasione, ma una risorsa. Questo sfondo cambia tutto. La storia non è solo un’avventura, è una risposta.

Il romanzo si apre con il narratore che si rivolge direttamente al giovane lettore e si palesa con uno stile quasi ottocentesco, che però funziona perché fa intuire che si parlerà di magia, sì, ma non di una magia arbitraria. Gli oggetti magici – la scopa, il letto, il pomello – non sono meri espedienti. Servono per muoversi, per attraversare lo spazio e il tempo, per scappare e per tornare.

La protagonista è un’adulta rimasta bambina, o forse una bambina costretta a essere adulta. Non c’è sentimentalismo nel modo in cui Mary Norton la costruisce. La magia, qui, non arriva per grazia innata: si studia, si impara, si sbaglia. Ed è interessante come il testo insista sul fatto che per alcune persone sia facile usare la magia per il male o come scorciatoia, come debolezza morale. Non è un potere neutro. È una disciplina, e come tutte le discipline dice molto di chi la pratica.

Anche il libro “Paradiso perduto”, che nel film è importante, nel romanzo è quasi una citazione ornamentale.

Alla fine, il principale scopo del romanzo resta l’intrattenimento, ed è giusto riconoscerlo. Ma tutta la narrazione si regge su un principio saldo, quasi invisibile: un fondo di bontà. Non una bontà zuccherosa, bensì una struttura etica fatta di regole, di limiti, di responsabilità.

Laura

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